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Stadio di Allerta

La vita è semplice. Esistono due modi di fare le cose: farle bene o farle male. Ed esiste un modo soltanto di non fare le cose: parlarne. Tutto il resto, sono derivazioni.

In questi giorni ci stiamo spendendo ad analizzare il problema stadi. In Italia, il paradosso adamantino è che il decreto “sblocca- stadi” vede la luce nei giorni in cui la riapertura degli stessi viene rimandata di un mese. Per la precisione, il momento in cui “valutare” la riapertura viene posticipato di un mese. Concetto ben diverso.

Al tempo stesso, abbiamo notato toni enfatici nel plaudire ai fondi di private equity che entreranno (forse, la decisione è attesa per fine mese) nella gestione dei diritti tv sia nazionale che internazionale. E mentre Adriano Galliani, amministratore delegato del Monza ed ex presidente di Lega, annuncia battaglia contro questa iniziativa – la tesi è che Serie A non può comportarsi come una Lega chiusa all’americana: ogni anno tra retrocessioni e promozioni il 15% della compagine cambia, ergo una parte dei favorevoli all’accordo non ne beneficerà, e un’altra parte che potrà beneficiarne lo subisce senza averlo votato – a noi viene il pensiero che sia proprio questa l’idea: un brand unico, una South Conference contro una North Conference, ad esempio. Sempre gli stessi, sul modello di NBA, NFL, NBL.

Molto sottotraccia, a cominciare dal Milan di Berlusconi per arrivare alla Juventus di Agnelli, il progetto di una Supereuroleague del calcio, in sostanza una Champions trasformata in un campionato a indipendente con le squadre “più vincenti” (e più ricche) non è del tutto abbandonato. Scriveva Nick Hornby in “Febbre a 90°” che il calcio è lo sport più bello del mondo in forza del fatto che l’infinitamente più debole può, talvolta, battere l’infinitamente più forte. Un profilo decisionale di questo tipo, ispirato ad un modello negoziale distributivo, decreta chi è forte per status, togliendo al piccolo Davide la possibilità di abbattere Golia con la sua fionda. E non è l’unica conseguenza.

La creazione di leghe d’elìte ammazzerebbe tutta la politica, gli interessi e il flusso di denari che turbina nel mondo del calcio, azzerando equilibri di potere e figure chiave. Una Lega chiusa – non a caso il Superbowl NFL è l’evento sportivo più seguito al mondo – creerebbe un prodotto monolitico ambitissimo dagli sponsor. Un po’ com’è stata la Formula 1 negli anni d’oro di Ecclestone, o la boxe di Don King. Bisogna tenere presente che il modello americano di sport di squadra è formidabile proprio per la sua verticalità: si sviluppa secondo il cursus educativo, fa parte dell’idea di scuola, di educazione dell’individuo. Il professionismo arriva al termine di un percorso educativo completo. Un qualcosa di profondamente innestato nella cultura del popolo. La “selezione” avviene prima, al college e all’università. Il pubblico americano vuole – ed al tempo stesso è certo di – guardare il meglio del meglio. L’interesse primario non è la “favola Leicester” (epopea comunque anglosassone) ma il meglio e basta: è la ridondanza del rito sempre uguale a se stesso che alla lunga vince, diventa smisuratamente ricco, cresce, si tramanda di padre in figlio. In chiesa non entrano cani, non si mangia, si risponde se interpellati e si tace quando parla il prete. A latere, chi investe in una squadra di NBA fa un affare sotto tutti i profili: finanziario, sociale, perfino politico. Alla luce del sole.

Il modello italiano è orizzontale, inclusivo, e perciò radicalmente inefficace. Questi negoziati che durano anni, decenni mentre nel frattempo cambiano governi, amministrazioni e l’intero quadro globale, mentre un investitore deve trattare col sindaco, la conferenza dei servizi, il governo nazionale e l’ultimo comitato di sottoscala, e spendere e spandere a destra e a manca per piacere non alla gente che piace, ma a tutti gli italiani, non può funzionare. Scandito bene: non può funzionare. Il prodotto stesso, se vogliamo seguire le ragioni del marketing, vale a dire la creazione del valore, è scialbo, ermetico, poco attraente. Tutto il coté di dissertazioni pensose, attese, rinvii, continua manomissione delle regole, è semplicemente penoso. Interessa come passatempo, viene gonfiato da scribacchini che straparlano di “narrazione” e faccio le pulci a tutto, ma è vuoto sublimato.

Con tristi imprevisti. Perché mentre noi passavamo gli ultimi dodici anni a disquisire su quant’è bello avere lo stadio di proprietà – con un consuntivo di uno, dicasi uno, stadio costruito, e nemmeno enorme – la Premier League, cioè la lega calcistica più simile per logiche gestionali ai cugini americani, faceva montagne di soldi. Se capitavi in un bar nella foresta in Cambogia, potevi vedere Millwall-Stoke City in diretta. E trovavi qualche decina di coltivatori di palma piantati lì a guardare, tifare, comprare magliette e cappellini. Questo l’Italia, avvitata sui Malagò, i Lotito, i De Laurentiis, non l’ha capito.

Ora il rapporto BDO sul calcio inglese, quello degli stadi di proprietà, il modello che ci piace tanto, con almeno la metà dei club a rischio insolvenza o acquisizione, soprattutto nelle serie minori, e tuttavia con un fortissimo appeal all’estero, con il 43% dei club contattati da potenziali investitori negli ultimi mesi, grida tutta la sua preoccupazione. Non si va avanti. Perché rischiano? Perché gli stadi sono chiusi. E il calcio gira dentro lo stadio come lo sciacquone nel water.

Mentre noi permettiamo la costruzione selvaggia di nuovi stadi – e immobili limitrofi, quel che più conta per i palazzinari – provvedendo a rinviare non la riapertura, ma la riflessione sulla medesima, senza una straccio di progettualità o idea scopiazzata che sia, gli inglesi si preoccupano. Da noi, se ti preoccupi sei un menagramo. Una bella grattatina al pacco e girare sui tacchi. Se ti preoccupi, emani vibrazioni negative, sei una brutta persona.

Ecco perché loro ne usciranno e noi no. Da noi ciò che toglie il sonno al ministro Spadafora è impedire la rielezione di Malagò.

La vita è semplice: a volte fa schifo.

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