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Se c’è AIA, c’è noia: lo strano caso degli arbitri italiani

Fino a tutti gli anni ’80 del secolo scorso e parte della decade seguente l’arbitro, noto figlio di mille padri e una madre sola, era vestito di nero. Non-colore pensato per celebrare degnamente decisioni luttuose prese a carico di almeno una delle squadre in campo, e forse per sottolineare una sobrietà di facciata, una terzietà, un anonimato militaresco. Quando la forma era ancora sostanza, almeno nelle intenzioni. Soprattutto, l’arbitro “arbitrava”. Semplice, lineare, senza fantasia. Cioè dizionario alla mano dirimeva controversie, disciplinava il gioco.

Agli inizi del nuovo millennio, sull’onda emotiva che ha spinto a chiamare lo spazzino “operatore ecologico” – lo fa per amore all’ambiente, mica per i quattro soldi marci di stipendio che prende – il cieco “ipovedente” e il facchino “operatore addetto al carico e scarico merci”, l’arbitro diventa “direttore di gara”. Si avverte il bisogno di iniettare dignità in mestieri degradanti. La società moderna è sensibile verso gli ultimi: gli riempie di elogi e “narrazione positiva”, mica li ripaga in vil moneta sonante. E cosa fa il direttore di gara? Dirige. Indirizza. Rivolge ad una determinata direzione in modo consapevole. Concetto profondamente diverso dall’arbitrare, come si può notare.

Complice forse l’avvento dell’arbitro più iconico della storia, Pierluigi Collina, prima hanno cambiato la tradizionale divisa nera (triste, brutta, pussa via) in squillanti casacche giallo, verde, rosa e azzurro fluo, una via di mezzo fra un’operatore Anas (pardòn: stradino) e una ballerina di burlesque. In seguito hanno cominciato a sponsorizzarle, quelle casacche. Mai sprecare una buona occasione. Il primo sponsor AIA fu Ing Direct. Non bastasse, hanno cominciato a rilasciare interviste televisive – sempre in spazi dedicati, discretamente, ma la sostanza è quella: anche gli arbitri hanno cuore, opinioni e simpatie, anche quando non dovrebbero per istituto – e ai giornali, per “difendere la categoria”, per “spiegare”. E via di assemblee tecniche AIA puntualmente coperte dai giornali: Rizzoli ha detto questo, Rizzoli raccomanda quest’altro.

Passano in tv, ripetuti fino all’esaurimento, concetti come “interpretazione”, “leggere la situazione” e amenità varie. Gli arbitri che la fanno troppo grossa vengono puniti, ci mancherebbe. In attesa di mitigare le pene secondo il principio “nessuno tocchi Caino” – delle vittime, importa un fico – un paio di partite in serie cadetta e via. Regole elementari come “se la palla batte sul braccio del giocatore avversario nella sua area, è rigore” vengono stravolte perché, narra la leggenda, giocatori come Roberto Baggio erano abbastanza bravi da prendere a pallonate le dita degli avversari nel momento del bisogno. Ma di Baggio ce n’era uno, massimo due. I direttori di gara sono un sercito. Allora l’arbitro (pardòn: il direttore di gara) deve valutare “l’intenzionalità”. E se la palla rimbalza sul fegato prima di toccare il braccio, allora non è rigore, ma forse sì, dipende dal sentimento del momento. Situazionismo puro. L’anticamera dell’anarchia.

Si moltiplica il numero dei collaboratori e delle soluzioni. Prima il quarto uomo, poi il giudice di linea, poi l’arbitro dietro la porta, poi il sensore dentro il pallone, anzi nessuno di questi. Troppa grazia Sant’Antonio, troppa tecnologia: serve gradualità, la gente non è pronta. Arriva il VAR, geniale invenzione italiana, una sorta di Tutor autostradale applicato al calcio, e con lui il collaboratore che guarda la tv a bordo campo. In attesa di avere 45 squadre arbitrali ogni 22 giocatori, dobbiamo accontentarci di quel che passa il convento. Prima ancora i microfoni Lavalier, così si parlano fra di loro. Ci mancherebbe: dove vai se il dialogo non lo fai. Chi è il responsabile ultimo della decisione? In teoria il direttore di gara, in pratica boh. Tutto molto italiano.

Non paghi di tanta celebrità, nel 2012 fondano la Nazionale Italiana Arbitri. I direttori di gara che si mettono a giocare al gioco che dirigono, naturalmente per beneficenza. Tanta simpatia, tanto cuore, tanta popolarità. Nella bolgia dantesca del marketing a tutti i costi, passa un messaggio latente, subdolo nella sua semplicità: giochiamo anche noi.

Anche il divino Pierluigi Collina ci mette del suo aprendo una nuova strada nelle infinite vie del marketing. Pubblicità e sponsorizzazioni ad personam di importanti marchi come Diadora e Opel (che notoriamente non hanno interessi nel settore sportivo) e altri, fino a che qualcuno non dice basta. Serve gradualità, perdiana: la gente non è pronta. Carriera stroncata dal conflitto d’interessi? Macché. Nel 2017 diventa presidente della Commissione Arbitri della Fifa. D’altra parte, non si capisce come gente così abile a “leggere le situazioni”, imperturbabile come il Buddha, dovrebbe farsi condizionare da queste bagatelle milionarie. Leggevano, leggono e leggeranno. Dov’è il problema? Che li premiano con il fischietto d’oro? Che arrotondano? Che miseria, che meschinità intellettuale.

Obiezione: con la qualità aumentata delle immagini, la moltiplicazione dei punti di vista, il livello di dettaglio procurato da ottiche strapotenti, le classifiche al netto degli errori arbitrali in voga sui siti web dove il Lecce vince il campionato e la Juventus lotta per non retrocedere, le infinite moviole commentate da ex-arbitri supremamente autorevoli (non lo erano nell’esercizio delle loro funzioni, lo diventano a carriera finita nei salotti televisivi: mistero della fede) avevamo scelta?

Sì. Lasciare tutto com’era. O tornare al caro vecchio funzionario delle pompe funebri di padre ignoto.

Non lamentiamoci se Rizzoli, attuale allenatore della Nazionale Italiana Arbitri, due settimane fa a ridosso dell’inizio del campionato ha tuonato: basta “rigorini” (sic) per falli di mano “chiaramente incolpevoli” e soprattutto meno interventi VAR. Serve discrezionalità, perdindirindina, o la gente non capisce. 186 rigori nella passata stagione sono troppi. E pazienza se c’erano, alla vecchia maniera. “Troppo” è concetto intimo, discrezionale. Quanto al “chiaramente incolpevole”, due domande in tono dimesso. Rizzoli conosce l’istituto giuridico della praeter-intenzionalità? L’omicidio colposo, ad esempio? Non è che se ammazzi una persona per sbaglio ti mandano il cestino di natale con lo spumante, il pecorino di fossa e il culatello a casa. Magari non prendi l’ergastolo, ma il fatto sussiste eccome. Altro che basta rigorini. E poi: chiaramente secondo chi? Se una cosa è chiara, non se ne parla per settimane o anni a reti unificate macinando inserzioni pubblicitarie. Non si può fermare la macchina che si è messa in moto per avere la propria fetta di torta. E tutti mangiano perché non c’è nulla di chiaro, questa è la verità. Ogni polemica, ogni spettatore, porta acqua al mulino del marketing. Come il risotto del giorno dopo: quattro salti in padella e via. Il bulimico calciofilo da divano non vede l’ora di abbuffarsi.

Abili come sono a entrare nella psiche del calciatore – il prossimo step saranno i periti psichiatrici come nei tribunali – per decretare la volontarietà del gesto, mica hanno bisogno del supporto della tecnologia. Scherziamo? Così si appaltano alle macchine funzioni specifiche dell’alta professionalità e moralità dell’homo arbiter. Prima si fa il re (il VAR) e poi lo si decapita. E così all’infinito, dal momento che il potere ha una sua regolina aurea non scritta: quando dai a un uomo o un gruppo ristretto di persone un grammo di potere visibile, portarglielo via è un’impresa titanica.

Non staremo qui ad analizzare caso per caso. Non ci interessa fare le pulci ai fatti, altri sono ben più titolati di noi (o forse no, in ogni caso non aggiungiamo benzina al fuoco che già divampa). Ci accontentiamo di osservare quando possibile dei fenomeni apparentemente irreversibili, certo incancreniti. E non pensiate che le cose si risolvano o miglioreranno, perché dove c’è AIA, c’è noia. Visto che si chiamano allo stesso modo, si facciano sponsorizzare da crocchette di pollo e cordon-bleu, almeno ci divertiamo.

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Aia, direttore di gara, Nazionale Italiana Arbitri, Pierluigi Collina, rigori, Rizzoli, sponsor, VAR
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