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Ci piacerebbe molto essere (pro)positivi, e sicuramente in un futuro vicino lo saremo – del resto, lo siamo per natura, per quanto percossi ma non vinti da una realtà impietosa. Se non che persino un cieco vedrebbe questo scozzamento di carte che sta investendo gli apici della governance dello sport italiano, e che sembra aver infettato anche il giornalismo sportivo, ovvero chi lo sport lo racconta. In tempi di pandemia, ogni virus è trincea.

Paolo Condò, uomo di punta della Gazzetta dello Sport, passa a Repubblica. Per ripicca Cairo corteggia, professionalmente parlando, Emanuela Audisio di Repubblica per impalmarla in Gazzetta. Dirossi: cosa cambia? Mormorossi: e chi se ne fruga. Appunto. Un gioco a somma zero, frutto di aforismi al riparo di redazioni climatizzate, caffè Pellini millesimato e vasche per la cromoterapia in pausa pranzo. Si cambia così, ad minchiam, perché in fondo non si ha granché da fare, ma si sa come farlo alla perfezione. Con i lettori della carta stampata passati dai 19.3 del 2014 ai 15.7 milioni del febbraio 2020 (cui sommare un sonoro -20% di vendite durante il lockdown, nonostante l’intera popolazione murata in casa a mungere i ragni…qualsiasi cosa, si deve distillare, pur di non leggere un quotidiano), e solo il 2.9% della popolazione che acquista l’edizione digitale – nonostante una copia su due sia regalata, specifica Audipress – sarebbero uccelli per diabetici agli occhi di chiunque. Non ai loro. Se è vero che una rondine non fa primavera, mille rondini fanno una montagna di guano in terrazzo. Non c’è niente da fare, a parte stratificare il sol dell’avvenire sul balcone di casa spargendo becchime.

Nel mentre i gattopardi della carta stampata (in crollo rovinoso, con qualche eccezione, guarda caso corsara) si scambiano figurine introvabili, Malagò reagisce ai colpi bassi di Spadafora sulla riforma dello sport con il vincolo dei tre mandati che avrebbe il pregio o il difetto di ghigliottinare l’attuale presidente del Coni: “Tra le cose che non possono essere accettate dell’ultima bozza del Testo unico di riforma dello sport, la prima riguarda il limite dei mandati: la posizione del Coni (non la sua: del Coni, ndr), a prescindere dall’interpretazione sui membri del Cio, non può essere assolutamente disgiunta dalla posizione dei presidenti federali. Onestamente è incomprensibile e non lo trovo giusto: o tutti insieme, o niente”. Così, in due battute, stronca interi corsi di laurea in “ermeneutica dei membri”. Brutto gesto.

“Tra le cose”. Viene in mente quella vecchissima barzelletta in cui un padre chiede al genero perché non abbia consumato il matrimonio con la figlia, e il genero risponde: “Per mille e una ragione, caro signore! Primo: sono impotente”. Frizzi e lazzi a riposo, proponiamo lo stesso quesito di ieri: chi governa davvero lo sport italiano?

Osiamo un consiglio non richiesto al fascinosissimo presidente Malagò: quando si subisce un attacco subdolo come quello di Spadafora (il quale, fuori dai denti, parrebbe contare come una Ferrari in cima al grattacielo Pirelli), invece di recitare supercazzole, dica le cose come stanno: lo sport in Italia c’est moi. Lo apprezzeremmo davvero tanto. Lo apprezzerebbero tutti gli italiani, che al di là dell’essere belli dentro bramano l’uomo forte come le anatre il pan secco. E Malagò Giovanni da Roma è veramente l’uomo più potente d’Italia. Volete una prova? Non ha mai, e dico mai, ceduto alle lusinghe della politica. Mai candidato da nessuna parte, mai uno strapuntino, una piastrella, un passi per le stanze del potere. Il che significa che è un uomo di potere vero, il potere che non chiede permesso né per favore. Quello che non ha bisogno dei voti. Difatti Spadafora lo pugnala alle spalle, come un Bruto qualsiasi pugnala Cesare. Dispiace solo che Malagò incappi in questi infortuni linguistici in stile Co.Ca (Conte&Casalino, senza dimenticare gli scuolabus scoperchiati in inverno, e l’app Immuni, e i deputati che quando Beirut esplode manifestano solidarietà a Tripoli…). Per quanto lo critichiamo, a volte anche aspramente, riconosciamo lo spessore dell’uomo: sono pochi in Italia, specie di questi tempi, che non ambiscano a fare il ministro, il presidente della Repubblica o il messo comunale a Monzuno.

Fulvio Bianchi, firma de la Repubblica, in merito alla querelle Spadafora-Malagò l’azzecca: “Ipotesi grottesca, a rischio escamotage: basterebbe che il prossimo maggio Malagò facesse eleggere un suo amico, il suo amico si dimette il giorno dopo (viene considerato mandato pieno anche un solo giorno in carica) e Malagò così può ricandidarsi. Sarebbe una farsa, no? Ma questa ipotesi non passerà, non ci sarà nella legge che Spadafora, con enormi problemi, sta cercando di portare avanti”. Da buon profeta, cioè da uomo che sa che l’acqua bagna, in calce Bianchi preconizza il fallimento del putsch ministeriale. In un cognome: Spadadentro.

Meanwhile abroad. Il CEO Nike, Mike Palmer, dice: “Eravamo abituati a vendervi un paio di scarpe e qualche pubblicità. Oggi è tempo di costruire una relazione”. Paul Greenberg, durante la conferenza “Alleanza di sport e intrattenimento nella tecnologia”, tenutasi a Dallas nel 2018, ha dichiarato che la società ha subito “una rivoluzione nella comunicazione digitale, piuttosto che una rivoluzione del business”.

Un estratto di un pezzo di Stephen Burke, un signore australiano che lavora per governi, specializzato in “servizi alle comunità e allo sport”, che ha messo a reddito investimenti in Qatar per 2.1 miliardi di dollari e altre cosette di non minore importanza e successo:

“Il Santo Graal dei professionisti del marketing sportivo è il perseguimento di uno scopo strategico di Customer Experience Designer. Lo sport ha persino un termine per questo: coinvolgimento dei fan. In questo modello, il marchio si basa sui dati e sulle informazioni dei clienti per migliorare l’esperienza del cliente end-to-end. Il marchio è tipicamente costruito attorno al servizio clienti e alla creazione di esperienze memorabili in più punti di contatto per creare clienti profondi e fedeli.

Esistono numerosi team che ridefiniscono gli standard di Customer Experience Designer attraverso il pensiero incessante del “prima il tifoso”, l’innovazione ispirata all’analisi e una strategia per l’era digitale. Squadre come AS Roma (qualcuno se n’è accorto, da queste parti? Ndr), FC Barcelona e Orlando Magic sono tra quelle di questo livello.
SAP: I San Francisco 49ers lanciano la piattaforma operativa dello stadio negli Stati Uniti. I San Francisco 49ers hanno implementato software SAP per assorbire i dati in streaming e migliorare l’esperienza dello stadio in tempo reale tramite una piattaforma chiamata Executive Huddle.

I prossimi sono i marchi digitali, che sono principalmente prodotti di consumo che si concentrano sulla costruzione della brand equity e sull’accrescimento del coinvolgimento dei consumatori. Red Bull, ad esempio, ha creato la propria categoria basata sull’entusiasmo e sull’adrenalina, quindi ha creato la leadership acquistando team ed eventi per mantenere il controllo sui contenuti multimediali, sulla pubblicazione e sulla distribuzione. Allo stesso modo, Coca-Cola eleva il suo status da quello di una bibita gassata a fornitore di “felicità” attraverso lo storytelling del marchio nei canali multimediali.

Poi ci sono quelle organizzazioni che danno priorità al volume e all’efficienza rispetto alle esperienze emotive più profonde di altri modelli di business. Questi sono i Generatori di domanda e lo fanno perché si concentrano sulla guida del traffico online e sulla conversione del maggior numero di vendite possibile su più canali con il back-end del business concentrato sull’efficienza operativa. Questa è la strategia delle agenzie di biglietti come Stubhub, Ticketmaster e Tiketek. Attraverso il processo di acquisto dei biglietti per gli eventi online, abbiamo tutti sperimentato questa strategia in azione. Il processo è basato sulle transazioni e sull’ecosistema; sarà seguito da offerte per eventi futuri che l’agenzia sta già vendendo.

Infine, se la tua organizzazione sceglie di essere un innovatore di prodotto, dovrebbe dare la priorità all’acquisizione e all’analisi dei dati dalle interazioni dei consumatori per nuove innovazioni di prodotti e servizi digitali. La filosofia degli innovatori di prodotto è racchiusa nella citazione del fondatore di Nike, Phil Knight:

“Prima pensavamo che tutto fosse iniziato in laboratorio. Ora ci rendiamo conto che tutto dipende dal consumatore. E sebbene la tecnologia sia ancora importante, il consumatore deve guidare l’innovazione. Dobbiamo innovare per un motivo specifico, e questo motivo deriva dal mercato. Altrimenti, finiremo per fare i pezzi da museo “.

Ecco di cosa parlano all’estero, mentre noi scambiamo giornalisti e parliamo della “posizione del Coni” che “non può essere disgiunta dai presidenti federali”. E lo facevano da prima del Covid 19, e quindi sono pronti. Terremotati, ma pronti. Quale sarebbe, da noi, “l’esperienza memorabile” dei tifosi? Attendere il SuperEnaStadio per vincere un posto a San Siro il primo dell’anno? Avete mai sentito qualcuno in italia parlare di “progettare l’esperienza dell’utente” a livelli di governo dello sport (o di qualunque altra porzione della cosa pubblica)? Nemmeno noi.

Pezzi da museo, o scimmie in biblioteca.ma: andrà tutto bene.

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