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Mi faccio lo stadio (vuoto). Per Legge

Il calcio italiano perde soldi e competitività dalla notte dei tempi. Le cause non si contano: procuratori e calciatori che tengono in scacco le società drenando risorse. Stipendi che arrivano a mangiarsi il 67% del fatturato. Calciatori-azienda che gestiscono direttamente la propria immagine. Il Decreto Crescita (D.l. n°34 del 30 aprile 2019) stabilisce che le società possano beneficiare di uno sconto fiscale del 30% su calciatori e allenatori provenienti dall’estero, accarezzando così l’idea bislacca di portarsi in casa il meglio del meglio, con la clausola di una durata del contratto almeno biennale. Risultato: Antonio Conte, al primo anno al Chelsea guadagnava 7,7 milioni di euro, saliti a 10.8 nell’ultimo periodo. All’Inter è arrivato per 10+2 milioni il primo anno, a salire fino a 12+2 negli anni successivi. Non bastasse la Juventus emette un bond, un titolo di debito, per pagare il difensore De Ligt: 75 (c’è chi ha scritto 85) milioni sono andati all’Ajax, e uno stipendio base al talentuoso ragazzotto che secondo il Guardian è di 16 milioni all’anno, a crescere sino a quota 24 (bonus esclusi, pare…). Il bonus fiscale se lo pappano tutto i nuovi arrivati, il più delle volte con pingui interessi: se risparmi il 30%, a me devi dare il 50% in più. Non fa una piega. Stupire se i dati PISA-OCSE sulle competenze matematico-scientifiche degli italiani sprofondano? Con simili esempi davanti agli occhi.

Ai tifosi basta raccontare la letale sciocchezza che “l’ingaggio di CR7 si ripaga con le magliette vendute”. Un giovane italiano bravo non conviene comprarlo, non beneficiando del bonus fantasma. Qualche anno fa i giocatori svincolati, come Mathieu Flamini passato dall’Arsenal al Milan, percepivano ingaggi faraonici in virtù del fatto che le società di approdo non dovevano nulla a quelle di provenienza. Campi, ma più spesso panchine, zeppi di giocatori normali o perfino mediocri che guadagnavano come Gordon Gekko.

Andiamo avanti. Per quale ragione investire nei vivai, esercizio di puro vaniloquio alla cadaverina, in un paese in pieno crollo demografico, se posso pescare “campioni” in qualche bidonville afro-sudmericana pagandole cento volte quello che mi sarebbe costato tirarmelo su in casa? Le piattaforme in streaming si moltiplicano come criceti: siamo passati dal vendere interi campionati o eventi come la Champions League, alla vendita dei diritti per una partita a Dazn, TimVision, NowTv, Superpippa Channel, a loro volta passate dai 69 euro al mese, ai 49, 39, 24, 14 euri…presto o tardi, il conto alla rovescia finisce. Arriveranno a vendere 1 minuto di partita a 20 centesimi, o piazzeranno delle GoPro sulla testa dei calciatori per un’esperienza in soggettiva, o vedremo su RealTime “Casa Chievo”. La RedBull ha acquistato il Lipsia cambiando i colori sociali fra le ire dei tifosi, ma che importa: perché accontentarsi di una striscia sulla maglia quando posso avere la maglia RedBull tutta intera comprandomi la squadra? Costa meno. Al marketing non c’è limite, al dumping dei valori – non dei prezzi: dei valori – nemmeno. Per lo meno a un certo marketing peracottaro, perché quello buono esiste eccome.

Le società come reagiscono? Stadi di proprietà. La panacea di tutti i mali. Guardate all’Inghilterra, si danno di gomito i notabili: lì moltissime squadre hanno l’impianto di proprietà e fanno soldi con la ruspa. Pazienza se nella perfida Albione solo di diritti tv distribuiscano più dell’intero fatturato del calcio italiano. La Juventus ad oggi è l’unica squadra con un proprio stadio dal 2011, e tutti gridano al miracolo, al nuovo che avanza. Beata ignoranza: nel 1911, esattamente cento anni fa, quando l’Italia era veramente all’avanguardia, il Genoa Cricket & Football Club costruisce il proprio stadio a Marassi, sul terreno messo a disposizione da due imprenditori scozzesi, cioè provenienti dal mondo anglosassone. Lo stadio verrà demolito per l’obbrobriosa operazione di sperpero di denari pubblici di Italia ’90, passando sotto l’egida oculata del Comune. Un’istituzione pubblica.

Non senza aver smaltito la sbornia delle quotazioni, l’uovo di Colombo del suo tempo – Juventus, Lazio e Roma quotate alla Borsa di Milano proprietà del London Stock Exchange Group, inglesi per non smentirsi, di botto si attraggono investitori americani (Pallotta, Friedkin, Commisso, Singer) e orientali (Thohir, Suning, per tacere del mitologico Li Yonghong). Immobiliaristi, o tycoon dei media, o fondi che nel tempo libero acquistano partecipazioni non irrilevanti in società un tempo appannaggio di Pantalone come Tim. Questo è il calcio in Italia: una passepartout per altro. Presi nelle maglie della burocrazia italiana, i più scaltri si defilano dopo qualche anno, con qualche osso rotto, finanziariamente parlando. Di “stadi di proprietà” nemmeno l’ombra. La Juventus chiude il bilancio 2020 con una perdita di 71,4 milioni. Quasi la metà del costo di costruzione del suo stadio in un anno. Miracolo. Il nuovo che avanza.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che è tutta una gigantesca presa per i glutei. Il post-covid, ammesso che ne esisterà mai uno e tutto non diventi quello che in Italia i più ormai chiamano “new normal” (in inglese, per non sbagliare), cioè lo stesso sterco di ieri impiattato Masterchef, è caratterizzato dal divieto di accesso agli stadi e tutti i luoghi di assembra-divertimento, discoteche, cinema, locali, bocciofile, tavoli da bridge, in misura superiore ai 1000 spettatori. Entra più gente al Colosseo in un’ora, fra l’altro portandone via pezzi come souvenir.

In questa debàcle mentale, il governo vara il Decreto Semplificazioni: via tutti i vincoli paesaggistici, ambientali, artistici, mitocondriali e chi più ne ha più ne metta. Burocrazia semplificata. Lo sottoscrive anche Matteo Renzi, del quale ricordiamo il rapporto catulliano con Della Valle (odi et amo) in acquolina da Hogan Stadium o Tod’s Arena, risolto con Della che si rompe le Valle e vende la Fiorentina a Rocco Commisso per 165 milioni – il costo di costruzione di uno stadio nuovo di zecca: meglio incassare che spendere, alla luce dei famosi tempi della politica. Il Decreto, già battezzato con la fantasia di un manovratore di muletti “sblocca-stadi”, non riguarda soltanto gli stadi ma anche le costruzioni limitrofe. E attenzione, perché c’è il limitrofo del limitrofo, che è sì un po’ meno limitrofo, ma è sempre limitrofo. E poi il contiguo prospiciente al limitrofo dell’attiguo, e siccome dall’attiguo al confinante è questione di centimetri, perché Udine non dovrebbe avere uno stadio flottante sul Bosforo? Con strutture ricettive e abitazioni private limitrofe, scanso equivoci.

Si profila l’ennesima brontosaurica (animali con il corpo eccezionalmente grande e un cervello eccezionalmente piccolo, per giunta estinti) speculazione escrecementizia. Tanto alla mala parata, come accaduto settimana scorsa a Milano, lo Stato centrale può sempre intervenire impedendo al Comune la demolizione di un “monumento storico” di proprietà come il Meazza, aprendo di fatto la strada all’impossibilità di un nuovo impianto a Milano, e ciò che più conta bruciando soldi altrui. Soccorre all’uopo l’immancabile comitato di quartiere, in questo caso il Gruppo Verde San Siro, che pare non disprezzare nemmeno il grigio della struttura. Solerti nell’ascolto di manipoli di damine bene, perdono di vista l’interesse del resto degli italiani. Il paradosso, degno di un paese popolato da individui mentalmente trascurabili, è che si sblocca la costruzione degli stadi negli stessi giorni in cui si proroga il divieto d’accesso ai medesimi.

Con tanti saluti al principio di identità e non contraddizione di Aristotele che ha fondato la civiltà occidentale mantenendola in salute per 2.300 anni, le risorse per uscirne sarebbero anche abbondanti e disponibili da decenni: amisulpride, aripiprazolo, asenapine, clozapina, iloperidone, lurasidone, olanzapine, paliperidone, quetiapine, risperidone, sertindolo, ziprasidone, più leggeri. Se il paziente risponde male e vogliamo andarci giù duro: clorpromazina, flupentixol, haloperidol, sulpiride, trifluoperazine, zuclopenthixol. Sono farmaci contro la schizofrenia, anche nella forma paranoide. Basta chiamarle “riforme” e distribuirle gratis nelle stanze dei bottoni, e il paese riparte davvero. Altro che vaccino anti-Covid.

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