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La Partita del Cuore Sport-Covid 19

Ripetiamo: la situazione dell’Italia e dello sport italiano è tutt’altro che rosea. Non lo era prima del coronavirus, figuriamoci ora. Si può dire che questa pandemia abbia funzionato da esaltatore di sapidità: ciò che prima era amaro, ora è amarissimo. Ciò che era dolce, ora è nauseante. Salato salatissimo, aspro asperrimo, e così via. Le nostre vite sono rette da punti di riferimento piccoli, talmente banali che quasi non ci accorgiamo esistano. Quando cedono il passo, molte certezze che ostentiamo a noi stessi se ne vanno con loro. Emergono due atteggiamenti opposti: il rifiuto rabbioso, e il richiamo alla positività del cambiamento (“new normal” lo chiamano, con spirito ingenuo). Entrambe le posture sono a nostro parere poco efficaci.

C’è, a dire il vero, una terza via. Terribile. Fare come se nulla fosse successo. Business as usual.

Alcuni esempi: il cittadino a cinque stelle ministro Spadafora, nella disegno di riforma dello sport, ha infilato il limite dei tre mandati, di cui massimo due consecutivi, nella speranza, scrive Dagospia, di liberarsi di Malagò “entro quattro anni”. In mezzo a skivelox e paraschiena per sciatori, e multe a pioggia per discesisti, fondisti, gestori di impianti.

Ancora. Il Corriere della Sera comunica che lo Stato centrale avrebbe posto un vincolo storico sullo stadio Giuseppe Meazza di Milano. Giovanna Filipazzi, presidente del Gruppo Verde San Siro ha dichiarato: “Mettere un secondo vincolo dopo quello monumentale significherebbe non realizzare un nuovo stadio”.

Infine. La Juventus aveva presentato un piano, approvato dalla Regione Piemonte, per l’ammissione all’Allianz Stadium – che, piccolo dettaglio, è di sua proprietà – per far accedere all’impianto 8.500 persone, invece delle 1000 previste dal Dipartimento dello Sport. Anche questa idea, bloccata e bocciata in in un amen dal governo Conte. Immaginiamo la costernazione.

I più potrebbero pensare: in Italia abbiamo ben altri problemi. Vero, tuttavia ogni questione che riguardi gli italiani è un problema e questo, a voler guardare, è già il problema. C’è un secondo aspetto antropologico da tenere presente: la coazione a vietare-interdire-impedire a qualsiasi costo, che maschera una deficienza morale gravissima: l’incapacità di decidere e guidare.

Il nostro sparutissimo manipolo di lettori saprà che non siamo mai stati teneri con Giovanni Malagò. Ma delle istituzioni pubbliche che usano espedienti, mezzucci e vili colpi di mano per rimuovere cariche in seno ad altre istituzioni pubbliche – tale è il Coni – ci fanno, se possibile, ancora più ribrezzo. Per due ragioni di fondo: numero uno, pensare di cambiare un’istituzione troppo personalistica senza riformarla semplicemente rimuovendo chi la presiede, è indice di una pochezza intellettuale raccapricciante. Per di più, non fuga il sospetto che la volontà sia quella di sostituire Malagò con un suo clone. Numero due, una domanda semplice: chi governa davvero lo sport italiano? Chi versa il veleno nel bicchiere, di solito ha paura della vittima. Ci dica il mi-nostro Spadafora: egli ha terrore di Malagò Giovanni? Questa è l’unica domanda che conta. Comanda il ministero, comanda il Coni, comandano le Federazioni ognuna a casa loro? Oppure non comanda nessuno e tutti tirano a campare pugnalandosi alle spalle di tanto in tanto? Abbiamo il diritto di sapere.

Tornando alla questione stadi. Com’è noto, lo stadio Meazza è di proprietà del Comune di Milano. A parte che porre il vincolo storico su una struttura tutto sommato recente, per giunta laida, è un provvedimento risibile, fa specie che l’idea venga da un governo sostenuto da una maggioranza in cui qualcuno, non più tardi di cinque mesi fa, parlava di vendere il Colosseo. Con tutto il rispetto per la signora Filipazzi, che fa il suo onestissimo mestiere tutelando le ville con giardini pensili dei milionari nel quartiere del Trotter – una struttura che ha rovinato più gente e fatto più morti del Covid – da queste parti siamo stanchi dell’ambientalismo mascherato da difesa del territorio in appalto alle signore bene. Soprattutto, siamo stanchi di questa totale mancanza di disponibilità al compromesso, che è una virtù cardinale laica, si badi. La sindrome Nimby sta avendo effetti devastanti, altro che polmonite interstiziale. Un conto è tutelare un territorio (un lusso da ricchi: vada, la signora, a Quarto Oggiaro a chiedere se vivrebbero altrove, o se fosse un problema abbattere le case Aler per sostituirle con abitazioni più dignitose) un altro conto impedire investimenti e cambiamenti, specie in un momento del genere. Evidentemente, non trovando nidi di panda oviparo da tutelare in barba alle legittime esigenze di decine di migliaia di persone, si sono inventati l’obbrobrio del “monumento storico”. Un’idea quasi più brutta del soggetto che difende. Erich Fromm avrebbe parlato, e con piena ragione, di “carattere necrofilo della modernità”: l’amore per le cose morte. I monumenti sono anche e soprattutto quelli funebri. Alla faccia del verde, ci saremmo aspettati grida di giubilo per l’abbattimento o la riqualificazione radicale dell’impianto. Invece no: in nome dell’intoccabile natura, di cui proditoriamente si trovano a far parte persino certi artefatti, si difende una struttura escrecementizia come il glorioso Meazza. L’obbiettivo vero è impedire qualsivoglia stadio. Impedire, vietare, interdire, ostacolare. Chi ci capisce è bravo.

Discorso analogo per l’Allianz Stadium, che però non è del Comune di Torino, bensì della Juventus. Non commentiamo la sensatezza della proposta – avanzata da noi qualche giorno fa in merito alla gestione di San Siro. In essenza, la questione sta in questi termini: lo Stato impedisce a liberi cittadini di usufruire di un bene privato appartenente ad altri liberi cittadini. Se io, privato e libero cittadino, voglio godermi una partita di calcio correndo qualche rischio – come peraltro succede comunemente, fra risse, cori razzisti, accoltellamenti, bombe carta e lacrimogeni, ma in quel caso “ce la siamo cercata” – devo poterlo fare, anche e soprattutto in una struttura gestita da un altro cittadino libero e privato come me.

Si dirà: ma questi cittadini possono infettarsi e infettarne altri. No, perché se la Juventus garantisce il distanziamento e alcune profilassi consolidate e lo Stato vigilasse (ecco il tallone d’Achille) i rischi sarebbero effettivamente inferiori a quelli che si corrono in un supermercato, un ambulatorio o a bordo di un autobus chiuso. D’altra parte, lo stesso governo non inibisce il ministro Paola De Micheli: ha proposto che i bus scolastici viaggino coi finestrini spalancati anche in inverno…quindi sì, pinguini di mamma: andrà tutto bene.

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