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La lunga notte della pallacanestro italiana

Questo pezzo è tripartito: un po’ personale, un po’ filosofico, un po’ fattuale.

Il mio amore per la pallacanestro risale alla terza media. Distribuirono a scuola dei biglietti gratuiti per la partita di A2 Teorema Tour Arese – Reyer Venezia, che si giocava al Palalido di Milano. Ci demmo appuntamento con una decina di compagni un sabato pomeriggio se non ricordo male, ma venne fuori una giornata fredda e piovosa e davanti al palazzetto ci ritrovammo in due, Leonardo G. ed io. Fui letteralmente folgorato dalla velocità del gioco, la potenza fisica, il sound, l’eleganza del parquet di legno in cui potevo specchiarmi. Da quel giorno fu un amore bruciante, insensato come solo gli amori più genuini possono essere. Ogni due settimane andavo a vedere la Billy Desio, per lo più da solo. Mi sedevo da solo, il più possibile distante dagli altri tifosi, per godermi immobile e silenzioso quello spettacolo che potevo respirare, toccare, ricordare con l’esattezza di un ragazzino innamorato che guarda la compagna di scuola. Era, mi si perdoni il paragone blasfemo, come essere in Chiesa.

Comprai un pallone nero della Spalding con il quale facevo su e giù per il campo da basket della parrocchia, un piano in tartan rosso per lo più utilizzato per le partite di calcetto. Fino alle sette e mezza giocavo con altri tre o quattro ragazzi a un canestro, ma spesso mi fermavo sino alle undici a giocare da solo, a provare i tiri da tre più difficili, il terzo tempo, a stimare le decine di centimetri che mi mancavano per schiacciare nel canestro regolamentare.

Venne l’epoca della Phillips Milano di Jay Vincent e Cozell McQueen. Avevo ancora negli occhi la Tracer di D’Antoni e McAdoo, ma era una passione acerba confinata al tubo catodico. Tuttavia le mie scarse finanze mi consentivano di seguire assiduamente la Billy. E fino alla maledetta gara-5 del Forum contro la Phonola Caserta di Nando Gentile, Sandro Dell’Agnello e Vincenzo Esposito. Caserta aveva appena congedato il brasiliano Oscar Schmidt, ala ancora nella Top-Three dei realizzatori del campionato italiano. Ero sicuro che li avremmo battuti, e invece furono loro a battere noi. Una squadra mostruosa, col senno di poi. Mi ero rinchiuso nel balcone del bagno di casa con una radio a pile. Giuro che alla sirena volevo buttarmi di sotto, ed erano sette piani di volo. Da quel giorno, mi distaccai non poco dalla pallacanestro. Avevo sofferto troppo, e non ero attrezzato per gestire certe emozioni. Il credito che credevo di vantare nei confronti del basket, fu parzialmente risarcito dalla finale che interruppe il dominio Mensana vinta dall’Armani Jeans nel 2014, dove per uno strano scherzo del destino militava Alessandro Gentile, figlio di quel Nando che ci aveva distrutti.

Una sensazione analoga la provo in questi giorni, leggendo delle sventure dello sport italiano in generale, e del basket in particolare. Una delusione fredda, più ragionata. C’è un bell’articolo di Uriel Fanelli, molto popolare in rete, che spiega con un esempio semplice – un safari in Africa – una dinamica economica che forse sfugge al luccicante mondo che siamo abituati a sognare, ma della cui consistenza sarebbe salubre dubitare. La metafora è presto detta: i turisti vanno al safari per vedere i leoni che mangiano le gazzelle, le quali per nutrirsi a loro volta mangiano l’erba. Il turista non s’accorge dell’erba che piano piano ingiallisce: ci sono ancora leoni ben pasciuti e un buon numero di gazzelle. Poi l’erba muore e le gazzelle diminuiscono, ma il turista guarda sempre il leone bello grasso e tonico. In fondo, è venuto per quello. Anzi il leone ingrassa: le gazzelle sono più deboli, meno reattive. Quando morte tutte le gazzelle anche i leoni cominciano a deperire e morire, è troppo tardi per intervenire. Per questo, e d’ora in avanti sempre più spesso, parleremo anche di pallacanestro e altri sport cosiddetti “minori”: le gazzelle che reggono il peso del mondo. Anche un cieco vedrebbe la situazione in cui è piombato il calcio, zeppo di personaggi che si sono permessi il lusso di non fare, né saper fare, assolutamente nulla finché il treno correva a tutto vapore.

La pallacanestro è un po’ più complicata. Pochi tifosi sempre meno disposti a spendere, palazzetti vuoti anche prima della pandemia, crollo degli sponsor e caduta libera dei diritti tv, vivai che vivacchiano, marketing zero. E un signore oggettivamente responsabile che si ricandida a presidente di federazione in perfetta solitudine, assistito dal buon Dio e nessun’altro. Un signore che è entrato in FIP con un ruolo apicale prima dell’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Il suo nome è Gianni Petrucci. Nessuno si oppone.

Tutto il resto, disgrazie come la pandemia, un’esplosione di un deposito di nitrato d’ammonio, un meteorite o perfino una bomba nucleare sono superabili. Questo no, perché non c’è nulla di lontanamente paragonabile, in termini di effetti catastrofici, con la determinazione e la sicumera degli incapaci. Volete una prova? Confrontate i morti delle due bombe atomiche sul Giappone con quelli causati dall’agronomo russo Trofim Lisenko, altissimo quadro sovietico, e la sua idea di piantare i semi di mais molto vicini fra loro. Duecentocinquamila circa contro quindici milioni.

 

 

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aldo Moro, Armani Jeans, Brigate Rosse, Covd-19, FIP, gazzelle, Hiroshima, leoni, mais, morti, Nagasaki, pandemia, Petrucci, Phillips Milano, Phonola Caserta, Trofim Lisenko, Uriel Fanelli
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