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Keep Calm e Adesso Abbiamo una Banca

 

Qualche cenno storico-filosofico sugli stadi. Gli italiani, osservava pochi giorni fa un amico intellettuale pragmatico, hanno un vizio capitale: sono sconclusionati. Intendendo, con questo icastico proclama, che tutto in Italia ha un principio e niente finisce. Mai. Soprattutto riguardo alle negatività. A suffragio, portava due esempi illuminanti: il ’68 in Francia, paese dov’è nato travolgendo il mondo occidentale, termina nel 1969 – al massimo, si prolunga in ambito culturale sino alla morte di Jean-Paul Sartre. In Italia, vuoi la nostalgia canaglia, vuoi quel che non so che di romantico, ancora imbelletta le menti migliori. A distanza di 80 anni ancora si trema di sdegno al pensiero del “pericolo fascista”, quando il nazismo in Germania, fenomeno ben più tragico, dorme sepolto in un campo di grano da quel dì. Del resto, si sa, francesi e tedeschi sono molto più tonti e storicamente irresponsabili degli italiani.

C’è un secondo aspetto, possibile corollario del fenomeno appena descritto, almeno a giudizio di chi scrive. Nonostante ci piaccia pensarci geni, poeti, santi, navigatori, per essere completamente onesti in Italia è qualche decennio, o forse mezzo secolo, che non si mette a punto nulla di veramente nuovo ed originale. L’ultima grande opera di pubblica utilità, realizzata in poco più di otto anni compreso il miracoloso valico appenninico, è stata l’AutoSole. Consegnata nel 1964, la tratta Milano-Napoli fu avviata nel 1956. Evidentemente lo sforzo “bellico” fu tale e talmente efficiente da stremare il genio peninsulare, se bisogna attendere la seconda metà degli anni ’80 del secolo tramontato per il secondo intervento infrastrutturale di portata analoga. Stiamo parlando del rifacimento stravagante, tutankamico, tonitruante, insomma catastrofico, degli stadi italiani in vista del mondiale di Italia ’90. Una spesa che all’epoca sforò abbondantemente i 7.000 miliardi di lire di cui 6000 a carico dello Stato Opus magnum finito di pagare nel 2015, probabilmente sottraendo i denti d’oro al cadavere ancora caldo dell’ideatore di siffatta prodezza. Attualizzati, 9 miliardi e 200 milioni. Per dare un’idea delle proporzioni 800 km di autostrada a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 costarono, attualizzati, poco più di 4 miliardi – ponti e viadotti compresi. Il rifacimento di stadi come il Meazza, il San Nicola, il Delle Alpi, il Sant’Elia, il Ferraris, l’Olimpico e infrastrutture d’accesso relative (ricordiamo che si giocò in appena 12 stadi, per un’apprezzabile media di 766 milioni di euro cadauno) fu una colata di cemento sciatta e vetusta sin dal concepimento.

Significativamente la sbandata per gli stadi di proprietà prende avvio nel 1994 a cavallo del mondiale americano, quando la Juventus comincia a pensare ad uno stadio suo ad appena quattro anni dal catastrofico investimento pubblico di Italia ’90. Del resto, bisogna ammetterlo, il “modernissimo” Delle Alpi era un aborto terrificante. Occorre attendere il 2008 (14 anni) perché il CdA deliberi la costruzione del nuovo impianto, l’attuale Allianz Stadium. L’inaugurazione avviene l’8 settembre 2011. L’artefatto costa 155 milioni di euro. Il leit-motiv di quegli anni è riassumibile nella formula “ah, come se la passano bene inglesi e tedeschi, quanti soldi fanno con gli stadi di proprietà”. Puro sciovinismo alla rovescia e, come si legge nel sottotesto, elementale pulsione voyeuristica di sbirciare in casa altrui quando non si ha una straccio di idea decorosa dalla notte dei tempi, né meno che mai un proprio modello, una miserrima visione da sviluppare. Niente.

Non solo. Presi dall’entusiasmo, si attivano-attirano in trappola nuovi padroni: imprenditori come i Della Valle a Firenze seguiti dall’talo-americano Commisso, i Pallotta prima e Friedkin poi a Roma, i Thohir e Suning a Milano sponda Inter, il parvenu cinese e il fondo Elliott sponda rossonera. Per tacere del tourbillon dei Cellino, gli Spinelli, i Lotito, i Pozzo, gli Zamparini che da decenni comprano, vendono, si scambiano squadre come spintoni in discoteca. Intendiamoci: questi signori non fanno nulla di male, è solo che quando l’acqua è troppo agitata, arrivano gli squali. Tutti o quasi attratti dalla chimera stadi di proprietà, l’araba fenice della “gestione viruosa”, lo sviluppo e riqualificazione di intere aree urbane: soldi, soldi ovunque. Da non sapere dove metterli. Tutti al dunque, nessuno escluso, impantanati nelle acque limacciose della trattativa con le istituzioni, avviluppati in perenni e fumose negoziazioni, colpi bassi, ricatti e inversioni di marcia continue. Anni, lustri, decenni di parole alate, mentre al dunque: qui non si può fare perché l’airone cinerino ci fa le uova, là non si può fare perché l’associazione Romabbella protesta, su non si può fare perché oggi piove, giù nemmeno a parlarne che forse ci sta la tomba di Remo, e via dicendo. Questo, sino a ieri. Oggi, stadi chiusi (ma è per poco tempo, sempre che non abbia ragione l’amico a proposito della nostra sconclusionatezza). Insomma: the show must go on. Intanto i soldi scorrono, i progetti si ammucchiano, le iniziative socialmente utili e le sponsorizzazioni si sprecano.

I più avvertiti a questo punto diranno: dov’è il problema? Se un privato vuole investire i propri capitali nel settore sportivo, affari suoi. Non proprio. Anche se ormai molti italiani sono convinti che in Italia sia tutto privatizzato, specialmente in ambito finanziario e soprattutto dopo la dismissione del colosso IRI, in effetti esiste una banca interamente pubblica di cui pochi, pochissimi hanno avvertenza. Una e una soltanto, ma c’è. Stiamo parlando dell’ICS, l’Istituto del Credito Sportivo. Nonostante il commissariamento infinito 2011-18 (simpatica l’idea dello Stato che commissaria se stesso…ecco una trovata originale) l’ICS ha finanziato e finanzia ben il 75% di tutte le strutture sportive esistenti in Italia. Fra le quali appunto lo Juventus Stadium. Stadi di proprietà inclusi, agibili o meno che siano. Ripetiamo: agibili, o meno.

Non è curioso che in un paese che cede pezzi di mare alla Francia in cambio di niente (citofonare Gentiloni) o durante il lockdown parla di vendere il Colosseo (Zanda) come extrema ratio per ripagare un debito pubblico mostruoso, per non parlare delle spiagge del ministro Tremonti, un paese dove le chiese diventano pizzerie e discoteche, l’unica istituzione finanziaria pubblica rimasta sia una banca specializzata in crediti ad un settore, quello sportivo, in perdita cronica o quando va bene in pareggio? Non sarà che in fondo gli stadi, pieni o vuoti che siano, il loro porco dovere lo hanno già fatto? Sono domande da uomo della strada, beninteso, a cui rispondere sensatamente interessa a nessuno. Tanto, abbiamo una banca.

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