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Intanto, nello stupefacente mondo del doping…

Per decenni a livello mondiale si è fatto un gran parlare del doping. I casi più clamorosi in Italia sono stati il povero Marco Pantani e Alex Schwazer, ma non possiamo dimenticare Lance Armstrong vincitore di sette Tour de France, forse il caso più noto a livello mondiale. La fila dei positivi al doping è tuttavia interminabile.

Ma il doping è vivo è lotta insieme a noi. Addirittura il bielorusso Iwan Tichon, campione di lancio del martello triplice squalificato per questa disciplina parallela, è oggi il nuovo presidente della federazione di atletica locale. Gli auguriamo buon lavoro, e siamo sicuri che vigilerà sugli atleti bielorussi affinché non ripetano i suoi errori. A Monaco di Baviera il dottor Mark Schmidt è a processo per aver prescritto “aiutini” a 150 atleti, soprattutto ciclisti e sci di fondo. Di due giorni fa la notizia della squalifica di Ahmed Nasef, maratoneta tesserato Fidal oggi quarantacinquenne. Della settimana scorsa, lo scandalo in via di sviluppo al Tour de France, con i fratelli colombiani Nairo e Dayer Quintana, scaricati dalla loro squadra. Con una motivazione interessante: il G.m. Hubert della squadra francese Arkea-Samsic ha dichiarato che i Quintana hanno un loro entourage che non fa parte della squadra, non sono da Arkea stipendiati e non hanno alcun vincolo con il resto della squadra e dello staff. Mentre Quintana si difende dicendo di aver assunto soltanto vitamine, Hubert dichiara che queste vitamine “possono essere” classificate come doping. Tutto smaccatamente bizzarro. Bizzarro che una squadra di professionisti tolleri una “sacca” di collaboratori personali dei Quintana. Bizzarro anche che “vitamine possano essere considerate doping”: o lo sono, o non lo sono. E stiamo parlando degli ultimi dieci giorni.

Su tutti incombe la lotta impari di Alex Schwazer contro la Iaaf e la Wada, appunto l’agenzia mondiale anti-doping in fortissimo odore di aver manipolato le provette con i campioni di sangue del marciatore altoatesino, che gli è costata la carriera. Il che, a nostro avviso, costituisce una delle possibili ragioni a monte del silenzio impenetrabile che è piombato sull’argomento. Non possiamo fare a meno di notare similitudini con il caso Suarez: un’altra forma di doping, se vogliamo, di cui al momento si tace come se nulla fosse successo. Si capisce: quando ci vanno di mezzo la Federazione Mondiale di Atletica, L’Agenzia Mondiale Anti-Doping e la Repubblica Italiana, cioè quando sono quelli che governano a frodare, invece di vigilare e garantire gli appassionati circa il corretto svolgimento delle competizioni, cambia tutto.

Ci sono anche altre ragioni. Per decenni si è abituato il pubblico a discipline sempre più veloci e fisiche. Alle Olimpiadi si devono infrangere tot record del mondo, altrimenti il pubblico mugugna. Abbiamo visto atlete come Florence Griffith Joyner , oggi defunta, esibire una struttura muscolare da fare invidia a un culturista. O donne forse donne e forse no, peraltro malamente rasate come Caster Semenya dare mezzo giro di pista negli 800 metri alle rivali. Nel calcio, è quasi impossibile apprezzare le doti tecniche e balistiche dei giocatori, ormai ridotti a podisti. Sembra di assistere a partite di calcio balilla. Ribadiamo un concetto: se rallenti, se non fai l’exploit, il pubblico e di conseguenza gli sponsor brontolano. C’è una decisione di fondo da prendere, crediamo: si vuole uno sport esasperato o pulito? Le due cose insieme, è difficile ottenerle.

E infatti. Adesso in Serie A divampa la polemica sui cinque cambi che favorirebbero ulteriormente le squadre già forti, con panchine lunghe di qualità. C’è poi il problema infortuni: sempre più frequenti, e recuperi talvolta miracolosi. La frattura al menisco di Baresi nel girone contro la Norvegia a USA ’94: giocò la finale col Brasile meno di un mese dopo. E decine di altri casi come Insigne, Perin, Storari, Lucarelli. O le carriere tormentate di Van Basten, Ronaldo e Pato. Si è passati da nessun cambio a uno, a due, a tre, a cinque. Presto si potranno cambiare dieci undicesimi, o perfino tutti. Come nell’hockey o nel football americano. Rose interminabili, stipendi livellati, maggiori tempi di recupero. Giocatori come Del Piero, Totti, Maldini, Zanetti, Buffon, Ibrahimovic e verosimilmente Cristiano Ronaldo (e molti altri) che arrivano a sfiorare i quarant’anni in attività, e in qualche caso li superano. Impensabile solo vent’anni fa. Baresi si ritirò a 37 anni, e molti lo consideravano decrepito pur avendo giocato gran parte della carriera a ritmi sensibilmente inferiori a quelli attuali, sia come numero di partite che come sforzo atletico. Van Basten a 28. L’uomo, anche il più predisposto e allenato, ha dei limiti precisi che riteniamo si stiano avvicinando pericolosamente. Immaginate poi cosa potrebbe accadere se il progetto Neuralink – la stimolazione in remoto del cervello tramite chip – di Elon Musk dovesse sorgere in tutta la sua potenza visionaria.

Da ultimo, poco più che una suggestione: non sarà che andando incontro a un mondo iper-medicalizzato e vaccinato, in fondo in fondo le “vitamine” di Quintana non stiano diventando più che tollerabili? Sia chiaro: è un provocazione.01

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Baresi, Brasile, Buffon, Caster Semenya, ciclismo, CR7, doping, Fidal, Iaaf, Ibrahimovic, Insigne, Lance Armstrong, Lucarelli, Luis Suarez, Maldini, Marco Pantani, Mark Schmidt, Monaco di Baviera, Nasef, Pato, processo doping, Quintana, Ronaldo, Schwazer, sci di fondo, Storari, Tichon, Totti, Tour de France, Usa '94, Wada, Zanetti
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