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Eppur si muore. Lo sport ai tempi del Covid

Diciamo subito, a difesa dei bipedi come noi cui il fato ha riservato l’ingrato compito di governarci, che stiamo nuotando in una piscina di letame fumante: l’incertezza regna sovrana, nessuno sa dove sbattere la testa. Francamente, non vorremmo essere al loro posto.

Però. Però se uno petto in fuori e pancia in dentro, sguardo alto fisso al sol dell’avvenire, occhio ceruleo e capello biondo accarezzato dall’ultimo vento estivo, ha l’ardire di assumersi responsabilità di governo – dal presidente dell’assemblea di condominio al capo dell’universo – poi bisogna che governi per davvero, cioè metta mano alla cosa pubblica. Oneri e onori, si diceva una volta.

Ripetiamo a beneficio dei duri d’orecchi: la situazione è inedita, tutt’altro che rosea – anzi con sfumature tendenti al marrone profondo – altamente rischiosa e di difficilissima lettura, perciò chi governa è perdonato in anticipo. Tuttavia, diciamocelo chiaramente: a chiudere tutto, era buona anche mia nonna. Non servivano Conte, Spadafora e Malagò. Ma passi per la chiusura (momentanea, dicono…sicuri sicuri?): che si fa col settore dello sport in blocco? Se il calcio è la terza industria del paese, lo sport tutto intero – dalla Figc alla Fisca, la Federazione Italiana di Scala 40 – quanto vale? Non parliamo di CR7 o Ibrahimovic. Parliamo di Serena Traversa e Daniele Grosso, campioni italiani di bocce. Il tema sono i milioni di appassionati di tutte le discipline, di cui il professionismo è la punta dell’iceberg.

Facciamo due conti a titolo puramente esemplificativo: nel 2019, secondo ilSole24ore e Nielsen Sport, l’industria dell’entertainment globale valeva 652 miliardi di dollari, con la previsione di toccare i 780 miliardi entro il 2023. Se guardiamo al consolidato, lo sport mondiale pesava nel 2018 per 222 miliardi. Calcioefinanza, nel luglio 2019 pubblica i dati Siae sulla vendita dei biglietti per gli eventi sportivi: 1 miliardo e 77 milioni. Il fatturato complessivo del movimento sportivo italiano è 2,97 miliardi, sui quali il calcio pesa per l’80,66%. A margine, si rileva che l’italico contributo al Pis globale – prodotto interno sportivo, acronimo di nostra invenzione – è assai parco. In breve: il prodotto si vende poco e male. Su questo punto torneremo.

Se la matematica non è un’opinione, il ticketing vale il 36% degli introiti globali del pianeta calcio (che includono diritti tv, merchandising, per l’appunto biglietteria, sponsorizzazioni e altre voci minori). Le ultime disposizioni (transitorie, precisano…sicuri sicuri?) del Dipartimento dello Sport autorizzano l’accesso negli stadi aperti di 1000 (mille) persone, e 200 per le manifestazioni sportive al coperto. Se gioco all’Alfredo Giraud di Torre Annunziata, con una capienza di 4.800 posti omologati, ho una perdita potenziale di appena il 78%. Al Meazza di Milano, dove nel 2019 si sono giocate 40 partite di campionato con 56.000 spettatori di media (2.25 milioni di presenze paganti) a fronte di 40.000 presenze totali in vista del campionato 2020/2021, parliamo di un sobrio mancato introito pari a -98,23%. Si passa dal 36% allo zero virgola qualcosa. Se poi stimiamo che la Juventus vincitrice del nono scudetto consecutivo ha chiuso l’anno con una perdita di 69 milioni, il quadro è marcatamente horror.

La casalinga di Voghera si domanda: ma non si potrebbe ammettere uno spettatore ogni quattro seggiolini, in modo da garantire i circa due metri di sicurezza? A San Siro, vorrebbero dire 19.500 paganti: diciannove volte gli accessi previsti. Meglio di un dito in un occhio. Al Giraud, 1.200 paganti – qualcosa ci dice il pubblico naturale, o persino più. Non c’è dubbio che il ticketing sia molto più incidente per una piccola società come il Savoia. Troppo semplice? Parrebbe di sì. Immaginiamo lo sforzo, gli algoritmi, le equazioni di Dirac, le sequenze di Fibonacci che avranno fatto fumare stuoli di cervelloni elettronici ed organici per arrivare a partorire questi numeri, 1000 e 200. Non 1078 o 241. 1000 e 200.

Siccome in cauda venenum, dicevano i latini, nelle ultime disposizioni c’è una postilla riguardo il gioco d’azzardo, che riportiamo in forma integrale:

Le attività di sale giochi, sale scommesse e sale bingo sono consentite a condizione che le Regioni e le Province autonome abbiano preventivamente accertato la compatibilità dello svolgimento delle suddette attività con l’andamento della situazione epidemiologica nei propri territori e che individuino i protocolli o le linee guida applicabili idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio nel settore di riferimento o in settori analoghi; detti protocolli o linee guida sono adottati dalle Regioni o dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome nel rispetto dei principi contenuti nei protocolli o nelle linee guida nazionali e comunque in coerenza con i criteri di cui all’allegato 10 del decreto 7 agosto 2020.

Ricordate il Conte Mascetti in Amici Miei e le sue memorabili supercazzole? Sbirimbuda come se fosse Antani alla brematurata con scappellamento a sinistra. Si capisce: siccome gli italiani si spappolano 110,5 miliardi di euro nel gioco d’azzardo (dato altro 2019, che i tre miliarducci dello sport), al suono di tromba del rompete le righe, cosa pensate faranno le Regioni, le Province, le Circoscrizioni, le Sezioni, i Gabinetti? Il messaggio è chiaro: i soldi che risparmiate dalle domeniche allo stadio, potete sempre buttarli alla Sisal.

Per ciò che concerne lo sport ai tempi del Covid, abbiamo appena cominciato.

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