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Dio Esiste. Petrucci il suo Profeta

Ieri accennavamo alle qualità soprannaturali di Giovanni Malagò nel prevedere con sette mesi di anticipo come sarebbe finita la partita Pallotta-Friedkin sull’As Roma. Non potevamo sapere – noi certi poteri non li abbiamo – che mentre scrivevamo Gianni Petrucci, presidente Fip, parlava con Dio. Precisamente, per non umiliare Petrucci troppo oltre i propri meriti, Dio parlava con lui. Siccome Malagò e Petrucci sono amiconi, ci viene il sospetto che Malagò abbia pregato Petrucci di chiedere a Dio come sarebbe andata con l’As Roma, e Petrucci in via confidenziale abbia dato a Malagò il divino responso. Un’eventualità del genere ci chiude la bocca per sempre, e annulla quanto maliziosamente abbiamo scritto ieri a proposito di Malagò. Non saremo certo noi a fare a cornate col Padreterno. Chi siamo noi per protestare se Dio parla con Petrucci? Registriamo che per secoli, se Gesù e la Madonna hanno avuto la sensibilità di rivolgersi prevalentemente ad allevatori di ovini, l’Eterno in persona ha finalmente capito a chi si deve rivolgere se vuole svoltare questo mondo infelice. Caprai, pecorai, butteri e mandriani sono avvertiti. Da oggi la musica cambia. Dio suggerisce ai suoi simili direttamente, e con un rispetto e un senso delle istituzioni che mai come in questo caso può fregiarsi dell’aggettivo “sacro”.

Ma andiamo con ordine, perché il vero scoop è che Dio esiste, è buono e parla (meglio: suggerisce…mai Il Creatore si sognerebbe di dire a Petrucci cosa fare) con il presidente Fip. Queste le parole di Petrucci riportate da PianetaBasket: “Ho aspettato tutte le elezioni dei delegati e dei comitati regionali e ho visto che ci sono i presupposti e quindi il buon Dio mi ha suggerito di presentare la candidatura e ho già preparato tutta la documentazione. Se c’è un candidato avversario gli auguro buon lavoro, io quando mi sono candidato al Coni su quattro volte ho avuto avversari in tre occasioni. Così come da sindaco. Se ci fosse mi confronterei”.

Dio, a fronte di guerre, pestilenze, cambiamenti climatici, tasse, sfruttamento del lavoro minorile, calamità naturali, governi giallorossi, spose bambine e ogni genere di nequizia che ammorba il nostro bellissimo pianeta, trova il tempo e le parole giuste per suggerire a Petrucci di ricandidarsi. Il che ci sembra un retaggio onusto di conseguenze, che merita qualche parola.

Dal momento che è Dio ad aver suggerito a Petrucci di ricandidarsi, se per incauta sicumera i delegati non lo votassero, questi ultimi bruceranno nelle fiamme eterne della Geenna. Lo tengano presente nell’urna, se non vogliono che diventi cineraria. Perché Dio è buono per Petrucci, poi s’incazza con tutti gli altri.

Sono tutti buoni a dare suggerimenti, Dio compreso. Spiace che Petrucci abbia dovuto predisporre la documentazione tutto da solo. Dio sarà anche buono e iracondo, ma è un po’ maleducato. Il dossier della candidatura poteva farglielo lui, che ha creato l’universo in sei giorni. Il presidente Fip ha da fare.

La vera seccatura è la votazione stessa. Visto che Petrucci lamenta che, candidato alla presidenza Coni, qualche improvvido puzzone d’inferno per tre volte su quattro osò opporglisi, non potrebbe Dio consegnare a Petrucci le tavole della legge come fece con Mosè? O dire: “Questo è mio Figlio prediletto, ascoltatelo”? Dio è buono, irascibile, maleducato e soprattutto fa le cose a metà. Petrucci è mite e umile di cuore come quell’altro venuto da Nazareth: in fondo, se qualcuno si candidasse contro di lui, si confronterebbe. Postilla doverosa: essendo Petrucci molto più scaltro di quell’altro figlio, non finirà in croce. Una bella operazione simpatia, qualche chilo di arance, qualche figliolo sistemato, e in croce ci finisce Barabba. L’importante è l’unanimità, la compattezza di vedute. Vedere il mondo con gli occhi di Petrucci. Vadano retro idee diverse, programmi e riforme. Rimangono le forche caudine di queste elezioni federali cui Petrucci, con un sospiro da Santa Maria Goretti, accetta non di meno di sottoporsi. Gli tocca bere l’amaro calice del dolore ma lo farà, per la salvezza di tutti.

Fin qui, abbiamo riso e scherzato. Il gioco di ombre cinesi cui questi signori sono adusi – e al quale hanno giocoforza abituato anche noi, come cani di Pavlov – sta tracimando in un’arroganza cafona, caciarona, persino blasfema, che la butta sul ridere mentre inghiotte rabbia metallica. Un sentimento del potere che fa buon viso e cattivo gioco: a ben vedere, dietro le battute di spirito, si staglia il fastidio palpabile per il naturale processo democratico che sempre garantisce sia il cambiamento positivo, sia scansare il rischio di accentrare troppo potere nelle mani di un solo uomo, o un’oligarchia bizantina. In un paese che latra alla luna (attentato alla democrazia, deriva fascista, cultura di destra e tutto il baraccone di frasi fatte) ogni qual volta un uomo o un soggetto politico emerge a turbare l’ordine costituito, impressiona l’indifferenza nei riguardi dei califfi dello sport. Addirittura – ed è sicuramente una battuta, per quanto fortemente indicativa di una mentalità sottostante solidamente incrostata – con sprezzo del ridicolo si arriva ad invocare la volontà divina, come negli imperi ancient regìme, da Carlo Magno a Luigi XIV, il Re Sole.

In conclusione della sua intervista, dobbiamo rilevare il richiamo all’ordine che il Profeta Petrucci riserva agli uomini di scienza. In fondo, si parla tanto di stadi chiusi, ma si dimenticano i palazzetti chiusi.

Avverte: “Gli scienziati, cosiddetti tali in ambito sanitario, dovrebbero dire le cose del loro ambito e non intervenire in altri campi perché come il dirigente sportivo deve parlare di politica dello sport, e dopo anche di altri campi, ma solo come giudizi personali, lo stesso dovrebbero fare queste persone”.

“Cosiddetti tali” in ambito sanitario. Chissà se ha avvertito il “cosiddetto” presidente del Coni circa l’ingerenza in un ambito improprio come la cessione della Roma, una trattativa fra privati avvenuta sette mesi dopo a un quinto del suo valore di borsa. Oppure erano opinioni personali? Non lo avrà avvertito per una sola ragione: un presidente Fip che risponde alla chiamata di Dio, può anche pensare di tornare sul trono del Coni.

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