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Diagnosi Gravina: calcio in bancarotta

La parola magica non la pronuncia Gabriele Gravina, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Fa un ragionamento arioso, essenziale, in tono dimesso. Inattaccabile. Parla di “contratti pre-Covid” e altri costi dovuti a “impegni ai quali non vogliamo assolutamente sottrarci” non più sostenibili a fronte di “ricavi in netto ribasso”. Racconta di “mecenati” del mondo di base e del professionismo che “meditano di abbandonare”. Sdrucciola leggermente sul finale quando invoca “una sorta di recovery fund per il mondo dello sport”, e afferma: “C’è l’esigenza di un intervento esterno in tempi rapidi”. Esterno a chi e a cosa? Gravina parla di Dio? Allora chieda a Petrucci.

Battute a parte, vediamo di analizzare la situazione in modo comprensibile a tutti. Prendiamo la sola Serie A, la più ricca del movimento a titolo di esempio. Fatto 100 dei ricavi, ci sono tre voci di introiti: diritti televisivi, di cui ancora non si conosce la concessionaria (si parla di fondi private equity), biglietteria (azzerata) e chincaglieria (il merchandising: i 135 euro che spendiamo per la maglietta di Cristiano Ronaldo, narra la leggenda “per pagargli lo stipendio). I ricavi d’immagine valgono 50, la biglietteria 30, la chincaglieria 20. Gli stipendi dei calciatori pesano per 67%. Se da 100 tolgo 30, la biglietteria, e sottraggo i “contratti pre-Covid”, mi resta 3 in cui si comprimono tutti gli altri costi (affitto dello stadio, pagamento del personale non giocante, servizi vari – trasferte, assicurazioni, cucine, manutenzione impianti d’allenamento, iscrizioni alle competizioni, costi di comunicazione etc.). La società che ha vinto il campionato ha chiuso con perdite superiori agli 89,7 milioni (ai 74,1 si sommino i 18 della risoluzione di Higuain). Non è che “pre-Covid” le società di calcio professionistico generassero riccanza.

Il riferimento di Gravina al recovery fund non è casuale. Il messaggio è: signori del governo, ci invitate a cena? E pazienza se il recovery fund (quanto suona bene la lingua inglese) altro non è che denaro degli italiani che la UE ci presta forse senza interessi, ma a condizioni molto severe. Recita infatti un adagio: se un prodotto è gratis, il prodotto in vendita sei tu. Dobbiamo soffermarci ad analizzare l’intenzione cristallina dietro le parole del presidente Figc. Il solito grido allupo allupo che ammorba i carrozzoni italiani: privatizzazione degli utili, socializzazione delle perdite. Revisione del modello di business? Manco a parlarne.

Quale modello, in fin dei conti? Il giochino delle plusvalenze di bilancio, gli zombie coi piedi di balsa comprati in Sudamerica, Africa o Europa costati come il Taj-Mahal con la connivenza del sistema mediatico? Il calcio sta diventando una piramide di Ponzi, un signore di Lugo di Romagna che emigrato negli Stati Uniti a febbraio del 1920 aveva 5.000 $, a marzo dello stesso anno 30.000, a maggio 420.000 $… Fatti come? Ufficialmente, comprando e rivendendo francobolli. In realtà Pippo dava 5000 $ a Ponzi, che andava da Pluto a dire “vedi? Pippo mi ha dato 5000 $, me ne dai altri 5000?”. Ponzi tornava da Pippo e gli restituiva 8000 $ – i soldi di Pippo più 2000 di quelli di Pluto. Allora Pippo, felice come una pasqua, gli lasciava gli 8000, e correva da Paperino a dirgli che aveva guadagnato 3000 $ in un paio di settimane. In questo modo, Ponzi aveva gli 8000 di Pippo con i 5000 di Paperino, tornava da Pluto a restituirgli fittiziamente 8000 $, cosicché anche Pluto si fregava le mani, glieli lasciava in gestione ed anzi consigliava a Orazio e Clarabella di investire così i loro risparmi. A luglio 1920, il Boston Post scrive un articolo positivo sullo “schema Ponzi”, e lui comincia a raccogliere 250.000 $ al giorno. Il 13 agosto 1920 viene arrestato per una frode da 15 milioni di dollari, 190 milioni attuali. Quando l’FBI lo arresta, trova nel cassetto della sua scrivania due francobolli. L’unica differenza è che Ponzi era un criminale, mentre questi signori sono lo Stato, e dunque la legge. Punti di vista.

D’altra parte, l’unica opzione che travolge i boiardi di Stato – non ce ne voglia Gravina, nulla di personale – quando intravvedono all’orizzonte l’onda marrone che sta per travolgerli, è sempre e solo una: le tasche di Pantalone. Aita aita. Li chiamano “interventi strutturali”, “riforme”, “sostenibilità” e altre parole-truffa, condite con promesse, garanzie, prediche sulla rilevanza sociale del fenomeno, e questo non vogliamo, quell’altro non possiamo e via cantando la solita canzone. Un pianto greco.

Ci secca documentare quasi quotidianamente questo sterile rimpiattino di chiacchiere. Il problema è lo scopo, che è quello di sempre: mungere la vacca. Idee innovative? Decisioni dirompenti? Ma per carità: siamo qui a ripeterci che l’apertura degli stadi a 1000 persone “è un buon segnale”. Provino i soloni a chiedere a qualunque persona che svolga un’attività qualunque se reggerebbe una perdita del 99% ad una voce che vale il 30% del fatturato. Almeno Gravina lo ha detto: così, la baracca va a fuoco. Con calma, e senza urtare la sensibilità di nessuno. Lo stesso nessuno che, per inciso, è il proprietario dei denaro pubblico in Italia.

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business model, Calcio, carlo ponzi, charles ponzi, diritti tv, Ficg, Gravina, interventi strutturali, Petrucci, piramide di ponzi, plusvalenza, recovery fund, sostenibilità, stadi chiusi
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