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Dal Pino a Malagò: Vite Parallele

Passatempo: andare su Google, cercare “Micciché Malagò”, cliccare su ricerca per immagini. Fra i primi venti risultati, otto sono foto dei due presidenti (di Lega Seria A, oggi decaduto, e l’Eterno Leader del Coni) l’uno accanto all’altro, quando sorridenti, quando nell’atto di stringersi la mano, quando pensosi.

Fatto? Adesso fare la stessa ricerca con le parole-chiave “Dal Pino Malagò”, vale a dire l’attuale presidente di Lega e Malagò. Risultato: zero. Piuttosto che mostrarvi Paolo Dal Pino e Kim Il Sung Malagò l’uno accanto all’altro, Google vi sottopone qualche foto di Malagò con il suo carissimo nemico Spadafora, ministro. Algoritmo impietoso.

Non che il gioco abbia una qualche valenza scientifica, ma il diavolo è nei dettagli. L’uomo moderno sta riconquistando la dimensione puramente iconica – pitture rupestri della civiltà camuna, grotte di Altamira infestate da enormi bufali rutilanti che caricano omini-stecco, emoticon, logotipi e segnali stradali, per non parlare dei selfie. Fra Dal Pino e Malagò non corre buon sangue, né cattivo. Non corre niente, pensiamo. Cosa li separa? Cordiale indifferenza? Dal Pino non era il “candidato” di Malagò in Lega? Non si poteva bissare il meraviglioso colpo di prestigio che intronò Gaetano Micciché, predecessore di Dal Pino e successore dell’undiquo Maga Magò, per il quale lo stesso Malagò è imputato a Milano?

Dal Pino è entusiasta dell’opzione fondi d’investimento nei diritti del calcio, se TheAthletic.com – testata fondamentale per quanti al cuore sportivo uniscono il cervello sportivo – titola “La Serie A progetta di riprendersi i tifosi, raddoppiare i ricavi e diventare la lega più importante d’Europa”, mettendo in copertina una foto di Dal Pino in atteggiamento orante. Allo stato dell’arte l’offerta delle due cordate bascula fra gli 1.3 e gli 1.6 miliardi per i diritti tv contro gli 1.1 attuali, pertanto un raddoppio del fatturato appare puro wishful thinking (tradotto: ti piacerebbe…) eppure, per un giudizio corretto, va portato alla pesa il marketing-mix di diritti, biglietteria, sponsorship, merchandising più altre voci minori che può, almeno su carta, valere il raddoppio. Alzare l’asticella, in particolare su prodotti aggregati come il calcio, paga. Se punto a 100 e ottengo 20, è comunque un risultato positivo di medio termine. Specie in tempi patogeni come questo.

Su posizioni diverse Malagò. Due giorni fa, a proposito dei fondi, si è lasciato scappare un “l’idea ha forza, poi bisogna vedere come va a finire questa partita”. Un’esecuzione cinese, con fattura per il proiettile spedita alla famiglia del morto. Si osservi in filigrana la differenza di stile: un Lotito che sbatte furiosamente contro l’opzione fondi fino a votarla in assemblea di Lega (se la parola “unanimità” ha ancora senso, Lotito all’atto pratico ha votato pro-fondi) franando rovinosamente, un Galliani che paventa azioni legali non potendo sottrarsi al dare seguito alla mala parata (se devi colpire, colpisci; se minacci e butta male, sei obbligato a colpire un avversario già arroccato), e un Malagò aristocraticamente urbano: osserva, tace, e mina il terreno. “Bisogna vedere come va a finire questa partita”. Il granello di sabbia che grippa l’ingranaggio. Due filosofie opposte a confronto.

Settimana scorsa, Dal Pino accendeva gli entusiasmi sulla Gazzetta dello Sport, dimenticando forse per un momento che l’opzione è stata sì votata all’unanimità, ma la decisione su quale delle due cordate offra garanzie maggiori è rinviata a fine mese. Obliterando il fatto che siamo in Italia, dove tutto può non succedere, anche ciò che è stato decretato coram populo. Del resto già ad aprile la Lega aveva reagito male ad un’intervista di Malagò al Corriere dello Sport sul tema dei diritti tv, parlando apertamente di “ingerenza” dell’eterno leader. Dal Pino ragiona da manager, quale in effetti è. L’amministratore della baracca che esce dal CdA convinto di avere tutte le deleghe, salvo scoprire troppo tardi di stringere un pugno di mosche. Qualcosa ci dice che l’accordo sulla media company da qui a fine mese salterà, subirà battute d’arresto, forzature, annacquamenti. Malagò, un vecchio volpone che si è fatto le ossa vendendo automobili, è troppo coriaceo per lasciarsi blandire da logiche manageriali. Esercita dalla notte dei tempi un’arte complicatissima, inestricabile, antiossidante: quella di accontentare tutti perinde ac cadaver. A costo di mandare in vacca l’intero sistema, in Italia una soluzione “condivisa” si trova persino a condizioni rocciosamente avverse, o favorevoli a seconda del destinatario del beneficio, che quasi mai coincide con il frontman scelto. E in ambito sportivo, la soluzione è lui. Ora e sempre, nei secoli dei secoli.

Non siamo ossessionati da Malagò, e non crediamo di esagerare. Volete una piccola prova? Leggete cos’ha dichiarato Galliani ieri, dopo aver minacciato azioni legali il giorno prima: “Di azioni legali non voglio parlare, non è il livello a cui si deve risolvere questa questione (più che un monito, una garanzia, ndr). La Lega incassi i quattrini dei fondi, li metta da parte, e li distribuisca poi anno per anno a chi sarà iscritto alla Serie A. Se la media company venderà i diritti per nove anni, poniamo, e la quota di equity ceduta ai fondi sarà valutata 1,5 miliardi, ogni anno ci saranno oltre 160 milioni da ripartire fra chi è iscritto al campionato. Oltre ai diritti tv di ogni stagione. È facile. La Serie A non mi dà retta? Dovrà farlo”.

Anche Adriano Galliani è un vecchio arnese acuminato. Difesa arcigna, contropiede veloce. Avrà ciò che chiede, dopo lunghe trattative magari, ma lo avrà. E sarà l’eterno leader Giovanni Malagò a darglielo, alla luce del sole o col favore delle tenebre. Volete sapere perché Dal Pino è destinato alla parte del vitello grasso sull’ara del sacrificio in questa battaglia? Lo dice Galliani (non Malagò) a chiare, limpide e fresche lettere in calce alla sua intemerata: “Oggi la Serie A è un’associazione non riconosciuta, gli amministratori in caso di controversie devono rispondere di tasca propria, e non è accettabile”.

Non sarà accettabile, ma questo è. Associazione non riconosciuta con l’amministratore che risponde di tasca propria in caso di controversie, ripetiamo a beneficio dei più distratti. Non se la prenda l’ottimo Dal Pino, ma non vorremmo essere nei suoi panni. L’uomo è tetragono, razionale, di basso profilo. Ci piace. Ad esempio nel poco tempo libero che ha, si chieda perché Lotito dopo aver fatto il diavolo a quattro nello spazio di un paio d’ore abbia votato l’opzione fondi. Un voto contrario sarebbe passato inosservato. Invece no: Lotito ha garantito pieno appoggio alla proposta Dal Pino. Un aforisma di Oscar Wilde recita: “Quando tutti mi danno ragione, è allora che provo la sensazione di avere torto”. O di aver perso la battaglia, che è lo stesso.

Paolo Dal Pino e Giovanni Malagò sono uomini di successo, ma in ambiti opposti. Uno porta il fuoco, l’altro è maestro nelle arti oscure. Le vite parallele sono come le rette: non s’incontrano mai.

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