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Roma, Anno Domini 2020, 23 gennaio – il 3 Piovoso dell’anno CCXXVIII sul calendario rivoluzionario francese. L’As Roma ha appena buscato tre pappine ai quarti di finale di Coppa Italia. Giorno da dimenticare per gli sconfitti e per i vincitori, poi abbattuti dal Napoli di Rino Gattuso. L’unica carezza ai romanisti la impartisce Giovanni Malagò, il presidente del Coni emerito di se stesso. Si legge nell’occhiello di un bel rosso squillante: “Malagò spiana la strada a Friedkin: il suo arrivo a Roma non sarà un’avventura”.

E sì, ci risiamo, come dice il titolo a tutta pagina. Se consideriamo che il preliminare di cessione (atto comunque definitivo) verrà firmato il 6 agosto, sette mesi dopo la voce dal sen fuggita, le arti divinatorie del presidente del Coni emergono in tutta la loro geometrica potenza. Vaticinio che si spinge ben oltre l’acquisizione – che Malagò dava per certa il 22 gennaio – se si dice che “non sarà un’avventura”, citazione colta di Lucio Battisti. Con una punta nemmeno troppo nascosta di veleno: il signor Pallotta passa come un avventuriero.

Pallotta ha investito nella As Roma 265 milioni di euro dal 2012 alla cessione a Friedkin. Parliamo di investimenti societari, esclusi i ricavi da gestione, il progetto Stadio della Roma, il calciomercato etc. Parliamo di 33 milioni all’anno. Al 31 marzo 2020, la Roma dichiara ufficialmente perdite cumulative per 278 milioni di euro. Pallotta vende a Friedkin per 591 milioni, con il saldo investimenti gestionali e indebitamente a 543 milioni e un enterprise value stimato in 351 milioni di euro. Friedkin ha inoltre offerto appena 11,65 centesimi di euro ad azione, contro un valore di borsa di 50 centesimi.

Questi sono alcuni elementi sommari. A noi non interessa il pettegolezzo, ma i fatti. E il dato sostanziale da non dimenticare è che l’As Roma è una società quotata alla Borsa di Milano, vale a dire un soggetto sottoposto ad una sfilza di regolamenti ed organismi di controllo, come ad esempio l’arcinota Consob.

Alcune questioni aperte. Prima di tutto, per quale ragione il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, l’emerito di se stesso Malagò Giovanni, ritiene consono un pronunciamento su uno dei millemila sport olimpici che dovrebbero riguardarlo direttamente una volta ogni quattro anni, scavalcando la federazione di competenza, vale a dire la Figc? Per quale incomprensibile ragione il presidente di un ente pubblico ritiene di dover entrare a gamba tesa in una trattativa così complessa e soprattutto privata?

Cosa sa il presidente emerito in data 22 gennaio quando apre bocca (la notizia esce il 23) che gli italiani, e i romanisti in particolare, apprendono per vie ufficiali sette mesi dopo? Un intervento del genere, che appioppa al cedente il titolo poco lusinghiero di “avventuriero” (ammesso che si possano equiparare otto anni di investimenti a perdere ad una fuitina) e dà per certo certosino (cit. Ned Flanders) il subentro nella proprietà di Friedkin, non costituisce turbativa d’asta? Tanto più che solo due settimane dopo la firma del preliminare, cioè il 20 agosto, Friedkin lancia l’Opa per 11 centesimi ad azione, cioè lo stesso prezzo pattuito con Pallotta il 6? Davvero le autorità di vigilanza non colgono alcun elemento sospetto, per lo meno indiziario? Perché Friedkin non dovrebbe cedere le proprie azioni domani mattina a 22 centesimi ad azione, realizzando quasi un miliardo? Per non dare dispiaceri a Malagò?

Appare lecito che ormai le “battaglie” commerciali e finanziarie, soprattutto quelle sportive, si combattano anche a mezzo stampa. Tuttavia, il pronunciamento di Malagò è talmente secco, scatologico, azzeccato nella sua improntitudine che non può non aver fatto alzare più di un sopracciglio. Basta saper leggere dietro le parole e saper aspettare, come ci sforziamo di fare noi con alterne fortune. E se lo facciamo noi che non siamo la Consob…

A nostro modestissimo avviso, c’è un elefante nella stanza dei bottoni. Non abbiamo elementi per accusare Malagò di qualsivoglia malversazione, eccezion fatta per un eccesso di disinvoltura e doti manifeste da cartomante. Di quelle vere, non delle truffatrici. Abbiamo frequentato abbastanza a lungo, per quanto da miseri spettatori, gli uomini di potere da imparare che un conto è ciò che accade – sangue e merda, direbbe Rino Formica – e un altro ciò che si lascia trapelare sia accaduto. Non siamo ingenui a tal proposito. Ma quando il potere si manifesta alla luce del sole senza alcuna remora né prudenza, in sprezzo sovrano alle regole – quanto meno quelle del bon-tòn istituzionale – né facendo alcuno sforzo per mascherare le sue vere intenzioni, un brivido gelido ci corre lungo la schiena. La ùbris, così i greci antichi chiamavano la tracotanza, ha rovesciato moltissimi tiranni grandi e piccoli, eppure mai in modo indolore, senza che innocenti ne pagassero il prezzo. Per paradosso, in questo caso non si può accusare Malagò di mancanza di trasparenza. Casomai, di eccesso della medesima, che farebbe trovare le Fiamme Gialle sulla porta di chiunque il giorno stesso della pubblicazione di una simile notizia. Non del bellissimo Giovanni, ci risulta. Ferma restando un’assoluta, ferrea e immarcescibile presunzione di innocenza in assenza di evidenze contrarie, che però non si senta nemmeno la puzza di bruciato ci sembra strano, ecco tutto.

Ciò detto, in bocca alla lupa all’As Roma e tutti i suoi tifosi. E se una buona volta tutti quanti ci levassimo il vizietto di fare i ricchi coi soldi degli altri, calcisticamente parlando, forse tutto il movimento ne guadagnerebbe. Soprattutto in plancia di comando. Umilté, predicava Gioele Dix-Arrigo Sacchi.

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