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Basket, Inchieste Sportive

Bianchi di Sabbia a Pelo d’Acqua: così il basket italiano s’incaglia

 

Il basket, si sa, non è sport per uomini piccoli. Egidio Bianchi, presidente di LBA (la sfortuna di un refuso: bastava uno zompo di un paio di lettere e quasi ci cascavano tutti) dimissionario, decisamente non lo è. Non può esserlo. Altrimenti non si spiega come da revisore contabile di Nestlè e San Pellegrino – e Policlinico di Siena, e Fondazione MPS – nonché liquidatore della Mensana per nomina della Procura, sia balzato alla presidenza della Lega. Per certe cose non bastano le competenze, bisogna avere una buona dose di c*lo. Bianchi è così: bravo e fortunato.

 

Ieri mattina ha rilasciato una sobria e disincantata intervista a La Nazione, che potete meditare qui sotto:

Attacca fulmineo la firma P.D.B: “il professionista senese” non poteva reggere a lungo, aveva contro i grandi club del basket, che l’hanno spinto a dimettersi – crudeli – anche se non hanno un sostituto – crudeli e sciocchi. Non una parola sulle cause di tanta perfidia, e cioè: perché mai ce l’avevano tanto col mite, competente e fortunato professionista senese nato a Taranto?

 

È tornato a casa con un malcelato magone: “Non volevo che la Lega si spaccasse, ho preferito una scelta nobile, come è stata definita (ah sì? E da chi? Ma Bianchi è troppo schivo: lo si nota di più quando vagheggia allusivo, ndr). Dopo le dimissioni mi hanno chiamato in tanti (insomma: una hotline, ndr) per ricordarmi che ero riuscito a dare visibilità al basket italiano (è così umile, il dottor Bianchi, che tocca a tanti ricordargli cose che altrimenti dimenticherebbe, ndr)”.

 

Come dicono i francesi: apres moi le deluge, dopo di me il diluvio. E forse anche prima, perché in effetti ai tempi dell’Olimpia o Tracer Milano, Scavolini Pesaro, Virtus e Fortitudo Bologna, la Benetton Treviso o la Stefanel Trieste, Varese e la Mens Sana Siena, il basket era poco visibile.

 

Poco più avanti dà i numeri: “I numeri ci danno ragione (a chi la danno oltre a lei, presidente?, ndr) sono in crescita costante: 4738 spettatori di media a partita”.

 

A parte contare le presenze – fate un banchetto in strada per distribuire cioccolata calda con panna gratis, e poi diteci se la coda non arriva fino al Brennero – perché il presidente non dice quanto è l’incasso medio per biglietto venduto? Non sarà che i prezzi sono crollati negli ultimi 30 anni, e che per portare gente si fanno convenzioni anche con le pompe funebri – ogni funerale 4 biglietti omaggio? Perché , come si vede dallo specchietto pubblicato da Calcioefinanza l’Armani Milano incassa 10 € a spettatore, mentre la Virtus Roma 7.8. Pochini.

Chi scrive, ricorda nitidamente che nel 1991 andava al Palalido di Milano a vedere la Teorema Tour Arese, e più ancora la Billy Desio, di cui era tifoso marcio, pagando la bella cifra di 12.000 lire, che attualizzate al 2018 fanno euro 11.19.

 

In soldoni – quelli che al dottor Bianchi piace contare conto terzi – data una media fra la prima e l’ultima squadra si A1 per incasso di 8.9 €, nel 1991 si pagavano 2.20 € in più per vedere una squadra che giocava in serie cadetta.

 

Il responsabile è Bianchi? Per carità, ci mancherebbe. Però vedete bene che a definire i fenomeni è l’ampiezza del contesto di riferimento.

 

P.D.B, al netto di un certo credito di benevolenza che non si nega a nessuno, non le manda certo a dire: ricorda al presidente che si dice in giro che abbia fatto poco per trovare uno sponsor alla Lega:

 

“Se partiamo dalle sponsorizzazioni (beh, presidente, la domanda è proprio questa: risponde per gentilezza e buon cuore, il dottor Bianchi, ndr) ho ammesso che la scelta di non avere un title sponsor può essere criticata”.

 

È in questo punto che il ragionamento del ragionator Bianchi si fa, osiamo dire, sabbioso: quella materia pervasiva che l’estate non ti levi più di dosso, ti scartavetra l’inguine, piove nell’insalata di riso e ti smeriglia i denti, intasandoti lo scolo della doccia per settimane dopo il rientro dalle ferie. A Natale, ne hai ancora il bagagliaio della macchina pieno. La manipolazione vischiosa, l’argomentazione pulviscolare. Il “che cavolo stai dicendo, Willis” dell’immortale Arnold.

 

Un manager di un’azienda sceglie – attenti bene: sceglie – di non, ripetiamo: non, incassare denaro come title sponsor. In un momento storico in cui anche la carta igienica ha il suo bel “consiglio per l’acquisto” stampigliato in bella vista, il dottor Bianchi sceglie di non non avere lo sponsor (è talmente umile che lo si nota più se non fa cassa: una Lega povera per i poveri, direbbe Papa Francesco). E lo rivendica con orgoglio, malcelato quanto il magone.

 

Meno male che gli sponsor sono triplicati. Ben 1.5 milioni. Cioè, quello che vale per gli sponsor un post di CR7 su Instagram. 2.5 milioni di spettatori paganti, un numero imprecisato di funamboli catodici che cercano partite in TV come l’acqua i rabdomanti, e voilà, ben 130.000 € di succosi diritti TV a squadra, come dichiara il presidente di Roma Toti. Il guadagno di Cristiano Ronaldo in una sola notte, mentre dorme.

 

Infatti P.D.B, che fa il giornalista, mette il dito, anzi la mano nella piaga: senza TV il basket non va da nessuna parte.

 

Risponde Bianchi: “Il basket in TV è schiacciato da troppe cose (si chiamano “palinsesti”, presidente, e sì, in effetti ci sono “cose”: che siano “troppe”, è una sua rispettabilissima opinione, ma ipso facto non ha nemmeno l’ombra dell’oggettività, ndr). La visibilità in una rete generalista sarebbe fondamentale”.

 

E conclude: “Il basket italiano è sano, anche se non andrà alle Olimpiadi (evento notoriamente di nicchia: non sarà che anche lì, al manager di Lega più umile e schivo del pianeta, spiaccia che si vedrà troppo del mondo a spicchi? Troppi soldi e troppa visibilità traviano anche gli uomini migliori, si sa…

 

Su una cosa però dissentiano con P.D.B. e il presidente Bianchi: sul fatto che la TV sia cruciale (figuriamoci quella generalista).

 

Qualche esempio: Netflix ha letteralmente frantumato Hollywood col web, al punto che anche Mediaset, dopo 15 anni di Sky-o-non-Sky ha chiuso in due mesi un accordo fragoroso. Dazn ha ingaggiato una bionda con due occhi push-up e ha preso la sua quota di mercato pur fra mille difficoltà iniziali. Amazon ha cominciato vendendo libri. Ormai le persone guardano le partite sugli smartphone o seguono le telecronache live fatte da ragazzini su YouTube. Canali come RealTime fanno ascolti paurosi con format su ciccioni americani che mangiano insalata nel tentativo di perdere peso e casalinghe che ricavano servizi da tè da copertoni di trattori dismessi (proprio così: “Questa mattina ho ritrovato la ruota di un trattore John Deere fra le calze sporche di mio figlio e ho pensato: perché non farci il servizio buono?”…e il pubblico in deliquio). È proprio difficile confezionare come si deve una sport a fortissima carica spettacolare come la pallacanestro? Veloce come la pallacanestro? Sonoro come la pallacanestro? Colorato come la pallacanestro? Con un contatto giocatori-pubblico come nella pallacanestro?

 

Potremmo andare avanti un mese facendo esempi, ma la questione è semplice: invocare la TV generalista è sintomo tetragono di una percezione dello Zeitgeist per lo meno lunare. Un commesso di una ferramenta queste cose le sa, le coglie e le comprende. Un manager della qualità di Bianchi, il “professionista senese” from Taranto – ci scuserete, ma un tempo il luogo di nascita connotava per sempre una persona: a quanto pare, oggi a determinare l’origine è il luogo dove fai carriera – non può permettersi di ignorare queste verità fattuali.

 

Non si tratta di giusto o sbagliato: se in pieno gennaio una ti addormenti nel giardino di casa, non ti inc*zzare col freddo.

 

Vi lasciamo con un grido di dolore, a Eduardo Lubrano: da leggere e rileggere con attenzione.

 

Storie di basket 2019-20: altro che terra di mezzo, la pallacanestro italiana è la terra di nessuno

 

 

#LBA #egidiobianchi #basket #sport #tv

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