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24 rigori. Facile l’accostamento alla serie con Kiefer Sutherland, che ha ridato nuova linfa ad un prodotto un po’ spento e condannato alle repliche estive, gettando le basi di successi di Lost, Game of Thrones e La Casa di Carta, facendone un prodotto capace di mettere in crisi il cinema e ricoprire d’oro piattaforme streaming come Netflix o Prime Video. La partita di qualificazione ai gironi di Europa League fra Rio Ave, modesta compagine portoghese, e il Milan, squadra che fino a qualche hanno fa contendeva al Real Madrid la palma di più vincente al mondo, è stata analogica, non programmata, reale. Match di eccezionale bruttezza caratterizzato da un finale mirabolante non inferiore a partite come Italia-Germania 4-3, o la vittoria dell’Uruguay ai danni del Brasile nel Maracanazo. Un miscuglio inseparabile di orrore calcistico ed estasi incredula.

Prendiamo la partita in questione come spunto per qualche considerazione brutale. La prima: il Milan ha dovuto affrontare tre turni preliminari per qualificarsi alla competizione vera e propria. Ha vinto senza strafare con gli irlandesi del Shamrock Rovers, faticato e rischiato contro i norvegesi del Bodø/Glimt, e vinto in maniera rocambolesca contro il Rio Ave dopo 24 rigori. Siamo lontani dal record di 62 penalty tirati in Corea del Sud nel campionato “Educazione Secondaria” fra Yongin Taesung e Cheongju Daesung nel 2019. O il record europeo stabilito in Repubblica Ceca nel match fra Bat’ov e Frystak, con 52 rigori tirati nel 2005. Anche in quel caso, una serie minore. È la prima volta che accade in una competizione di prima fascia. Ciò dovrebbe stupire, ma anche indurre qualche riflessione.

Solo dieci anni fa, il Milan non avrebbe giocato i preliminari – al massimo una partita – ma anche nel caso, non avrebbe avuto il minimo grattacapo. Se invece fosse uscito ieri, non ci sarebbe stato nulla da recriminare. E stiamo parlando di una squadra che nel campionato italiano viaggia a punteggio pieno, per quanto alla seconda giornata, ed è reduce da un finale della stagione passata brillantissimo.

Per un quadro più completo. La Juventus, dopo aver acquistato CR7, esce ai quarti di finale con l’Ajax nel 2019, ed emette un bond per acquistare De Ligt, promettente difensore dei Lancieri di Amsterdam. L’anno successivo, in questo 2020 devastato dalla pandemia con Ronaldo, De Ligt, Rabiot, Ramsey ed altri acquisti rumorosi ma non remunerativi in termini di prestazioni, esce agli ottavi di finale (un turno prima dell’anno precedente) contro il Lione di una vecchia conoscenza del calcio italiano, il tecnico Garcia passato per Roma, forse frettolosamente messo alla porta. Il Napoli di Gattuso è uscito dignitosamente con il Barcellona agli ottavi. Barcellona poco dignitosamente lardellato il turno successivo dal Bayern Monaco, che gli ha rifilato otto pugnalate otto. Non osiamo immaginare cosa sarebbe accaduto in uno scontro fra il Napoli di Ringhio – che pure sa come si battono i tedeschi – e il Bayern. Bayern che oltretutto appartiene a una lega, la Bundesliga, che incassa il 15% in meno dai diritti tv della Serie A, ma alla fine vince la Coppa. L’Atalanta, la più inattesa e brillante fra le italiane, stava per piegare il Paris Saint Germain con un gol di Pasalic prima della mezz’ora di gioco, invece di difendere a 11 nei minuti finali quando prende il gol del pareggio, insiste nella difesa a tre come se stesse giocando contro il Lecce e non il PSG. Che prima pareggia e poi completa l’opera nei supplementari. Nel nome dell’idea “di calcio” di Gasperini, puro tatticismo conservativo astratto, un’orgogliosa coerenza che sottomette la realtà all’idea. Dopo aver inventato e predicato il verbo del catenaccio nel mondo, siano diventati incapaci di applicarlo quelle poche volte in cui davvero serve. L’Inter ha giocato la finale di Europa League perdendo contro un Siviglia esperto – nella competizione ha vinto tutte e sei le finali giocate – ma nettamente inferiore sul piano dell’organico. E questi sono gli ultimi esempi utili che introducono la conclusione.

Che è questa: il calcio è cambiato ovunque, tranne che in Italia. Sapete perché le nostre squadre sono fortissime in patria, e modeste o peggio all’estero, cioè nell’unico campo che conta in termini di prestigio e introiti? Per una ragione lapalissiana: giochiamo fra di noi. Si discute all’infinito di tattica, tecnica e strategia. Si cura l’alimentazione, gli allenamenti, si polemizza all’infinito se Tizio o Caio dopo una partita persa vanno in discoteca a svagarsi. Si parla, riparla e straparla di moduli sparando numeri ad mentula canis, si spacca il capello in multipli di quattro per ogni vaccata. Si pontifica nei secoli se un giocatore spostato di un metro è fuori ruolo, o se da quando si è tagliato i capelli corra di più. Si parla e si dice tutto tranne una cosa: siamo vecchi. Decrepiti. In Inghilterra, il campionato più visto e venduto del mondo, i giocatori si allenano al trotto, sigaretta in bocca, pinta di birra in una mano e fila di salsicce nell’altra. Ma in campo la domenica sputano l’anima, e lo fanno per 90 partite all’anno. E lì fioriscono epopee come quella del Leicester nel 2016, o il Nottingham Forest di Clough.

Basta una squadra organizzata (organizzazione è concettuzzo diverso da tattica, tecnica o strategia) di onesti pedatori che sanno fare due cose decorosamente e si allenano il giusto senza arrivare alle partite coi muscoli che si strappano come ragnatele al primo soffio di vento, per metterci in crisi. Il Bodø/Glimt, ad esempio. O il Rio Ave. O il Siviglia, che per quanto in un campionato ricco come quello spagnolo fattura la metà dell’FC Internazionale.

Mentre noi sogniamo sceicchi, “milialdali” cinesi (sorridono sempre e sono gentili, ci vuole niente a gabbarli…ciao core) e fondi speculativi, emergono squadre come il Salisburgo o il Lipsia, entrambe Redbull, che hanno applicato il modello manageriale di Ralf Rangnik, scovando campioni invisibili a tutti come Haaland o Timo Werner. O il Lione di Jean-Michel Aulas, che vende a peso d’oro i propri giocatori ed è sempre lì a giocarsela, come l’Udinese dei Pozzo però al cubo. O il Lille. Un calcio ordinato, efficiente, spartano che investe nei vivai e nello scouting e se la gioca. Un calcio che soprattutto è stato capito, accettato e apprezzato dai tifosi. Un calcio lineare, moderno, ancora troppo veloce e fisico ma “normalizzato”.

Il parterre di pretendenti alle varie competizioni si è esteso a squadre invisibili, o impensabili sino a pochi anni fa. Che non vengono a San Siro a fare da materasso al Milan, ma se la giocano. Difettano di storia ed esperienza ma hanno capito da che parte tira il vento, mentre noi siamo ancora inchiodati ad un glorioso passato fatto di racconti intorno al fuoco. Non sono attrezzate per vincere la competizione, ma sono attrezzatissime per farla perdere a te. Se ti distrai un attimo davanti allo specchio, ti puniscono senza pietà.

Prendete il giovane attaccante del Milan Lorenzo Colombo, che ha sbagliato il suo rigore nella serie. Diciamo la verità: a qualificazione acquisita, un buffetto e tanto paternalismo (“gli errori capitano”, “è tutta esperienza”, “si farà”). Se il Rio Ave avesse segnato il rigore successivo eliminando il Milan, lo avrebbero massacrato col rischio di stroncargli la carriera. “Il ragazzino che è costato 15 milioni al Milan”, e via titolando. Come se il Milan non avesse avuto 120′ per vincere. Forti coi deboli, deboli coi forti.

C’è molto che non va nella testa. Umiltà. Non siamo più i numeri uno. Spendiamo e spandiamo malamente. Dobbiamo tornare a scuola proprio da squadre modeste, modestissime, o comunque peggiori delle nostre corazzate, decenti a dichiararsi guerra fra le mura di casa e ottime nel prendere bastonate dove la posta conta di più. Nota bene: questo articolo non contiene mezza idea originale. Sono tutte cose note – si discute anche di queste, all’infinito – ma sarebbe ora di passare dal chiacchiericcio colto ai fatti nudi e crudi. Si torni a scuola, Covid o non Covid, o sarà la fine.

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24, Barcellona, Bayern Monaco, Bodø/Glimt, Bundesliga, Champions League, Covid-19, Europa League, Inter, Juventus, Milan, Napoli, Netflix, pandemia, Prime Video, PSG, Ringhio Gattuso, Rio Ave, Serie A, Siviglia
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